Stelvio Bike Day
Era il 2007, la mia prima volta sullo Stelvio, e non avevo idea di cosa mi stesse aspettando.
La bici che avevo era una vecchia mountain bike, con il manubrio anni ’80 e la sella troppo alta. Le scarpe, poi, non ne parliamo: da ginnastica scamosciate, con i lacci che si attorcigliavano ad ogni pedalata. L’abbigliamento? maglia tecnica Btwin, pantaloncini Lidl e giacca antivento sponsorizzata “Parco Agricolo Sud Milano” più adatta a una passeggiata nel bosco che a una salita in bici.


Arrivai in cima esausto ma felice. Capii immediatamente che quella salita, fatta in quel modo improbabile, aveva un significato ben più grande di una semplice impresa sportiva. Era stata una sfida contro ogni previsione, e da allora è nata una vera passione.
A distanza di tanti anni, eccomi ancora ai piedi del Re, nel giorno dello Stelvio Bike Day
Lo Stelvio Bike Day è un evento ciclistico unico che si svolge ogni anno sul Passo dello Stelvio, uno dei punti carrozzabili più alto delle Alpi e una delle strade alpine più famose e suggestive al mondo.
Per un giorno, la strada che conduce al passo, viene completamente chiusa al traffico motorizzato e riservata esclusivamente ai ciclisti. Questo permette a migliaia di appassionati di vivere un’esperienza indimenticabile.
Chiamatemi pazzo, masochista, o semplicemente incosciente, ma con pochissimo allenamento ho deciso di affrontare il Passo dello Stelvio ben due volte nello stesso giorno. Una volta da Bormio e un’altra da Prato allo Stelvio.
La mia odissea inizia a Bormio, dal versante che tutti definiscono “più facile”. Già, facile. Un termine tutto relativo quando si parla di Stelvio. Fino a qualche anno addietro dicevo spesso agli amici: “tranquilli, lo Stelvio è alla portata di tutti!”. Che infame che sono.
La partenza da Bormio è stata un’esplosione di adrenalina. C’erano centinaia di ciclisti, tutti colorati e carichi di entusiasmo. L’aria era frizzante, l’emozione palpabile. Mi sono unito al fiume di biciclette che si snodava lungo la strada, pronto ad affrontare la prima salita.
I primi chilometri sono stati una passeggiata, un momento per godersi il paesaggio e illudersi di potercela fare senza troppi problemi. Poi sono arrivati i primi tornanti, e con loro la cruda realtà: le gambe hanno iniziato a bruciare e la respirazione è diventata affannosa.








Ma ecco il colpo di scena! Incontro Giò Giò e Francesco, amici di Milano che stanno salendo da questo versante. Mi unisco a loro immediatamente, le chiacchiere in compagnia distraggono sempre, e per i km successivi, la fatica si percepisce molto meno.
Subito mi torna in mente il 2010, quando proprio con Giò Giò e bagagli a seguito, abbiamo affrontato questa salita durante il Cicloviaggio della Claudia Augusta. Che meraviglioso ricordo.

Al bivio per il Passo Umbrail le nostre strade si separano. Loro proseguono verso la cima ufficiale, io devio verso Umbrail, per poi dirigermi in Val Venosta a Prato allo Stelvio.


La discesa svizzera è spettacolare. Ma la verità è cruda ed amara: più scendi, più ti rendi conto che dovrai risalire tutto quel benedetto dislivello. E la frase che mi ripetevo mentre scendevo era sempre la stessa: “Ora risalgo. Ok, risalgo… Ma quanto manca?”
Dopo una breve pausa pizza a Prato, durante la quale ho cercato di convincere me stesso che lo Stelvio, anche da Prato, è alla portata di tutti, mi sono lanciato nella seconda salita.



I primi chilometri sono stati un vero e proprio shock. Percepivo pendenze proibitive, caldo asfissiante e un numero infinito di tornanti. Ho iniziato a contare le curve, ma ho perso il conto. Per un attimo ho pure considerato l’idea di aspettare l’apertura della strada alle 16.00, e farmi portare in cima dalla corriera.
Ricordo di aver incrociato un ciclista, forse una visione, che vedendomi sconvolto mi ha chiesto: “Ma dove vai?”. Gli ho risposto con un sorriso amaro: “In cima, e poi giù, e poi di nuovo su, e poi di nuovo giù”. Non capivo più nulla. Non sapevo più nemmeno dove fossi, sarà stato forse Gustav Thoeni a Trafoi? So solo che ha scosso la testa e mi ha detto: “Sei pazzo”. Aveva ragione.
E qui entra in gioco il vero spirito dello Stelvio Bike Day. Vedere tutte quelle persone in bicicletta, dalle più allenate alle più improbabili, dai più giovani ai più anziani, mi ha fatto sentire meno solo nella mia “sofferenza”. Il bello dello Stelvio Bike Day è che tutti condividono lo stesso dolore, tutti hanno le gambe in fiamme, tutti si fermano ogni tanto a riprendere fiato e tutti, al ritorno, ti guardano con l’espressione di chi ha appena fatto un passo verso la felicità, ma non è sicuro se sia un passo avanti o indietro.





Al tornante numero 24 finalmente si inizia a intravede la cima, e un succo di mele con 6 zollette di zucchero sono una valida alternativa alle dozzinali barrette da discount che ho in tasca.
Quando ho finalmente raggiunto la cima per la seconda volta, ero talmente esausto che non riuscivo nemmeno a parlare. Ho fatto la foto di rito, un po’ di slalom fra ciclisti e salamelle, e un senso di profonda soddisfazione ha pervaso il mio spirito. Ce l’avevo fatta, avevo conquistato lo Stelvio due volte in un giorno.


Ciliegina della giornata, quella di aver incontrato il mitico Franco Cacciatori in cima con la sua Graziella e le sue memorabili infradito d’ordinanza.

Se la salita è stata dura, la discesa ti fa sentire un po’ come un eroe. Scendendo ti rendi conto che hai appena affrontato una montagna, non solo con la bici, ma anche con la consapevolezza che sopravvivendo, sei diventato parte di una specie di club esclusivo. Un club di pazzi. Ma va bene così, perché ti senti vivo, più che mai.


Un altro bel racconto. Fatto nel 2018 (mi pare) stesse emozioni. Gasato alla prima salita, bollito all’inizio della seconda: ho un ricordo tremendo di tutti quei tornanti sul versante trentino. Ad un certo punto mi passò un inglese con una Brompton e lì capii che dovevo fermarmi. Un sonnellino di 15′ mi rimise in piedi per la fatica finale… Bello leggere che non sono stato l’unico a patire 😅