MiRando 2026: Il Miracolo della Pink Lady

Una MiRando all’insegna del freddo, nebbia, sole e tanta amicizia. Una bici rotta, una Pink Lady rosa, un gruppo affiatato, panorami sulle Alpi, una sosta con la polenta e il ritorno con la Madonnina ad accoglierci.

Ci sono appuntamenti che non sono semplici date sul calendario, ma scuse bellissime per ritrovarsi e fare quello che ci piace di più: pedalare.

La MiRando è stato proprio questo, il segnale che la stagione è davvero iniziata e che la strada è lì, pronta a regalarci i primi chilometri seri tra Milano e i canali.

Domenica 16 febbraio 2026, una giornata di divertimento puro, passata a ridere tra un imprevisto meccanico, una bici rosa e un finale a ritmo di Sirtaki.

Tutto è iniziato con il mio piano di sabotaggio ai danni di Umberto. Lui voleva venire con la sua amata Brompton: «Vado tranquillo, mi godo il paesaggio, piego e vado via», diceva.

Ma io, con la grazia del sergente Hartman di Full Metal Jacket, ho posto il veto: «Niente pieghevole, Umberto. Tira fuori la bici da corsa, oggi si fa sul serio».

L’ho convinto, l’ho costretto a pagare il supplemento bici sul treno e a trascinare il mezzo fino a casa mia. Risultato? In cantina, durante l’ultimo check, la sentenza: cambio kaputt, catena isterica, silenzio tombale. Umberto era lì, con il biglietto del treno buttato e una bici buona solo come appendiabiti.

Dalla polvere della cantina però è emersa lei: la Pink Lady.

Un telaio in acciaio stile Audax inglese, di un rosa talmente acceso da far impallidire un confetto. Vedere Umberto, uomo tutto d’un pezzo, costretto a inforcare quel monumento al kitsch per 200 chilometri è stata la mia vittoria personale.

E così, con Umberto versione Barbie Randagia, la giornata è iniziata in salita!

In Darsena, avvolti da una nebbia, abbiamo ritrovato Alessandro. Lui non pedala, lui ara l’asfalto. È un treno umano: se gli stai a ruota vedi i sorci verdi, se ti stacchi vedi solo una lucina che sparisce nel grigio.

Prima del via però è iniziato un magico pellegrinaggio: volti amici che spuntano dal grigio della nebbia, pacche sulle spalle che ti scuotono la giacca e sorrisi sinceri. Quel “Finalmente ci si rivede!” scalda più del tè caldo del ristoro. È la gente con cui hai diviso albe allucinate, piogge infinite e colazioni mangiate in piedi alle tre del mattino. Vederli tutti lì, pronti a pedalare o anche solo per un saluto, valeva già tutta la giornata.

La prima ora è stata pura sofferenza, nebbia e umido che ti entrano nelle ossa, finché il sole non ha bucato il muro bianco, e di colpo è fiorita la primavera.

È lì che Alessandro ha deciso che il percorso ufficiale era troppo “mainstream” e ci ha trascinati verso il belvedere di Tornavento. Uno spettacolo: arco alpino perfetto, il Monte Rosa e il Monviso giganti sotto un cielo nitido e terso.

Ma Alessandro non è solo un passista implacabile, è un maestro della sosta da bar.

Li conosce tutti perfettamente, e soprattutto non deve essere una sosta veloce, ma una da vero pensionato. Commento sul meteo, brioche e osservazione dei cantieri. Mentre noi fremevamo, lui studiava la schiuma del cappuccino, godendosi il sole che finalmente ci scaldava le ossa. Gli mancava solo la Gazzetta con la pipa accesa.

Nel pomeriggio abbiamo incrociato un giovane ciclista. Trentadue anni, faccia pulita e alla sua prima randonnée. Era lì, si definiva distrutto ma ai nostri occhi era sicuramente più fresco e riposato di noi.

Gli abbiamo subito fatto il lavaggio del cervello: «Rassegnati. Oggi comincia il viaggio verso la PBP 2027. La Francia ti aspetta». Lui ha sorriso, ci ha salutati e, per umiliarci definitivamente, è arrivato al traguardo molto prima di noi. Una giovane promessa che ha già capito tutto.

Il momento mistico è arrivato al km 140: polenta e bruscitt. Quando sei stanco e la Pink Lady rosa è ormai parte della tua identità, un piatto fumante è un’esperienza mistica.

Persino Alessandro, per una volta, ha smesso di tirare come un ossesso per dedicarsi anima e corpo alla forchetta. È in momenti come questi che lo Spirito Randagio ti si rivela in tutta la sua bellezza: puoi avere tutti i watt del mondo nelle gambe, ma niente batte l’estasi pura di un piatto di polenta fumante degustato in compagnia.

Gli ultimi 10 chilometri di ciclabile verso il rientro sono stati pura magia. Milano, nel pieno del fermento delle Olimpiadi Invernali, ci ha accolto con un’atmosfera particolare. Pedalavamo con lo sguardo fisso sulla sagoma della Torre Velasca che svettava all’orizzonte, per poi lasciarci guidare dal riflesso dorato della Madonnina. Vedere la città così splendente, tra bandiere e spirito olimpico, è stato il finale perfetto per una giornata epica.

Tornati in Darsena, ho guardato Umberto e gli ho sferrato il colpo finale: «Comunque, Umberto, sai che io non ho mai fatto 200 km filati con quella bici?». È impallidito all’istante, realizzando solo in quel momento di essere stato il mio collaudatore ufficiale per quella distanza.

Ma secondo voi, dopo duecento chilometri, potevamo finire in modo normale? Macché. Siamo naufragati in un delirio collettivo alla Balera dell’Ortica.

Oppa! Tra luci colorate e brindisi all’Ouzo, abbiamo messo in scena il Sirtaki del Randonneur. Io, Alessandro e Umberto roteavamo così forte che a un certo punto mi è sembrato di vedere Snoop Dogg tra i tavoli a darci il tempo.

Come direbbe lo zio Snoop: “Gin and Juice”? No, polenta e bruscitt!

Se vuoi leggere un altro articolo sulla MiRando, ecco quello pubblicato su EventBike

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