Super Randonnée Tour Blanc Rando

614 chilometri, oltre 11.231 metri di dislivello, sei grandi passi alpini, 51 ore e 32 minuti di avventura. Il racconto di una Super Randonnée affrontata in completa autonomia, tra caldo infernale, temporali, notti in quota

“Hai fatto una gara?”

Credo che questa sia la domanda che mi è stata fatta più spesso una volta tornato a casa. La seconda è: “Ma con chi? Chi c’era con te?”. Risposta breve: no, non era una gara. E no, non c’era nessuno. Ero solo con me stesso.

Le Super Randonnée sono sfide in bicicletta nate in Francia nel 2009 da un’idea di Sophie Matter. Sono prove adatte a chi ama la montagna e l’avventura estrema, con regole precise: si sceglie il percorso dal sito ARI e si può partire quando si vuole, decidendo liberamente data e ora. Bisogna pedalare in totale autosufficienza. L’itinerario misura tra i 600 e i 620 chilometri, con almeno 10.000 metri di dislivello. Per ottenere l’omologazione nella formula “Randonneur”, il tempo massimo è fissato in 60 ore.

Per il resto, vige la legge della giungla ciclistica: se hai fame, cerchi cibo, se hai sonno, cerchi un letto o una panchina, se piove, ti bagni, se sbagli strada, allunghi il percorso. Ed è proprio questo il bello.

Quando ho visto la traccia del Tour Blanc Rando, è stato colpo di fulmine: una collezione meravigliosa di passi alpini incredibile, con Moncenisio, Iseran, Cormet de Roselend, Col des Saisies, Col des Montets, Forclaz e Gran San Bernardo. Bellissimo dal divano di casa. Molto meno bello quando ricordi che per scalarli serve una motivazione notevole.

Avevo qualche giorno di ferie e, invece di fare una cosa da persona normale, tipo andare al mare, mi sono iscritto. Nessuna preparazione specifica, nessun allenamento mirato. Le uniche salite che avevo fatto ultimamente erano quelle di Coppa Asteria. Il mio piano era un capolavoro: parto e vedo dove arrivo.

Mercoledì mattina carico la mia fidata bici sul treno, e alle 8:22, a Gaglianico, nei pressi di Biella, premo Start sul Garmin.

Le prima pedalate verso la Val di Susa scorrono tranquille. Poi, il sole decide di trasformarsi in una autoclave. Il termometro del Garmin impazzisce: 40°C, 42°C. Smetto di pensare alla velocità e inizio a pensare alla sopravvivenza. Ogni fontanella diventa una salvezza. Perfeziono una tecnica da manuale per sopravvivere alle alte temperature: mi tolgo la maglia, la immergo nella fontana e me la rimetto fradicia. Per dieci minuti sono in paradiso, all’undicesimo minuto sono di nuovo cotto come una pizza dimenticata nel forno a microonde.

Arrivo a Susa e la traccia GPS abbandona la strada statale del Moncenisio per inerpicarsi sulla vecchia via che passa per Novalesa. Una stradina stretta, spesso nel bosco, con pendenze fra il 16-17%. Lì, salendo a velocità ridotta, incontro l’unica altra forma di vita di quel settore: una Ferrari. Ci incrociamo. Io guardo lui pensando “questo ha sbagliato strada”, lui guarda me con la faccia di chi pensa “ma dove crede di andare questo?”.

Dopo diversi tornanti, questa strada raggiunge il Colle del Moncenisio, costeggiando il Lago Grande e un panorama da togliere il fiato, ma la montagna non scherza mai.

Appena riprendo la strada principale per il passo, il cielo si chiude e scoppia un temporale apocalittico. Da vero genio, a quota 2000, rimango in maglietta sotto un temporale amazzonico e penso: “Sono in salita, sudo, non ha senso coprirsi”. Cinque minuti dopo sono una spugna umana. E il problema non è l’acqua, sono i fulmini. Quattro botti violentissimi mi fanno tremare il petto e la valle. Ho avuto una paura tremenda, la bici in titanio sotto il sedere sembrava un perfetto parafulmine e più di una volta confesso di aver pensato: “Il prossimo fulmine è mio”.

Scollino rapidamente il passo e inizia la discesa verso Lanslebourg. Qui si compie la tragedia. Tremo così tanto dal freddo che non riesco a tenere dritto il manubrio. Decido quindi di fare una mossa stilisticamente agghiacciante ma vitale: mi tolgo i gambali e me li infilo sulla pancia, sotto la mantella, per creare uno strato termico supplementare d’emergenza.

Quando arrivo a Lanslebourg sono un pezzo di ghiaccio. Penso per la prima e unica volta al ritiro. Ma la prima regola del randonneur recita: Mai ritirarsi prima di un pasto caldo e un po’ di riposo.

Sono le 19, entro nel primo ristorante che trovo, ordino una pizza Margherita e un tè caldo, stendo i panni accanto al tavolo come una lavandaia e, miracolo, piano piano la vita torna a scorrere dentro di me.

Sono ormai le 20, ringrazio il simpatico ristoratore e, sotto gli occhi sconvolti dei presenti, mi congedo dicendo: “Buona continuazione a tutti, io vado a fare l’Iseran… di notte!”.

Il morale è altissimo, i chilometri e il dislivello scorrono piano piano, scaldando muscoli e l’anima. La salita al buio è una magia. Sento solo la catena. Poi esce la luna e mi ritrovo a pedalare sul tetto d’Europa, in un silenzio irreale. Negli ultimi chilometri, però, la poesia finisce: si alza un vento contrario che sembra un muro. Avanzo a spinta, pedalo, mi fermo, pedalo, mi scoraggio… ma poi riparto sempre.

Alle 22:55, con le ombre della luna, vedo il famoso cartello: Col de l’Iseran, 2.764 metri. C’è un freddo cane, ma l’aria è pulita. Alzo gli occhi al cielo stellato e penso alla stella che mi ha protetto. Faccio un cenno verso il cartello con il dito e sussurro un “grazie” speciale all’Iseran che mi ha fatto passare. Lì, al buio, per la prima volta guardo la mia bici e penso: “Forse questa follia la portiamo a termine davvero”. C’erano ancora tantissimi chilometri da fare, ma la paura ormai era rimasta giù nella valle.

Finito il momento di emozione, torno rapidamente alla realtà. Sono quasi le undici di sera, sono a quasi 2.800 metri e mi aspettano cinquanta chilometri di discesa. I primi chilometri incutono rispetto. La strada è stretta, il fascio del faro illumina solo pochi metri davanti a me e, soprattutto, non c’è praticamente un parapetto. A destra il buio, a sinistra il buio, davanti altro buio. Decido che è meglio non immaginare cosa ci sia oltre l’asfalto e mi concentro solo sulla riga bianca centrale.

Dopo pochi minuti di discesa, senza pedalare, il freddo inizia a farsi sentire. Prima alle mani, poi ai piedi, poi ovunque. Sono ancora bagnato dal temporale del Moncenisio. A un certo punto decido di togliere ancora i gambali e li metto sulla pancia. Le gambe possono arrangiarsi, la pancia no.

La discesa sembra infinita. Curva dopo curva perdo quota e, lentamente, anche qualche grado di temperatura in meno lascia spazio a un clima più umano. Quando finalmente vedo le prime luci di Bourg-Saint-Maurice tiro un sospiro di sollievo. L’orologio segna circa l’una passata di notte. Per oggi può bastare: 260 km e 4300 metri di dislivello.

Entro in un ostello e chiedo un letto nel dormitorio condiviso. Entrando in stanza cerco di fare meno rumore possibile, tutti dormono. Sistemo la bici, i vestiti e mi infilo direttamente sotto le coperte. La doccia? Domani… forse. Sono ormai le 2 di notte e imposto la sveglia alle sei.

Naturalmente il piano dura pochissimo. Alle cinque del mattino gli altri ospiti della camerata iniziano a prepararsi per le loro escursioni. Zaini, cerniere, scarponi, porte che sbattono. Mi arrendo. L’orologio a colazione mi informerà che ho dormito effettivamente solo due ore.

Mi vesto con la velocità di un bradipo e alle sei in punto sono davanti alla boulangerie: éclair e una fetta di flan. Dopo tutto quello che avevo passato la sera prima, mi sembrano il miglior carburante possibile per ripartire.

Fuori il cielo è di un azzurro incredibile, nemmeno una nuvola. Se qualcuno mi avesse detto che dodici ore prima stavo tremando sotto un temporale sul Moncenisio gli avrei dato del matto.

Riparto verso il Cormet de Roselend. È una salita completamente diversa da quelle del giorno prima. I primi chilometri sono immersi nel bosco, all’ombra, freschi. Finalmente riesco a pedalare senza cercare disperatamente una fontanella ogni cinque minuti. Poi il bosco si apre e rimango senza parole. Le montagne, il cielo terso, uno di quei panorami che ti fanno rallentare non perché sei stanco, ma perché vuoi godertelo fino in fondo. In cima mi fermo per la fotografia al cartello. Qualche minuto di contemplazione e poi giù verso Beaufort.

Poco prima del paese decido di fermarmi per pranzo. Non in un ristorante, sarebbe troppo normale. Mi siedo su un mucchio di macerie a bordo strada, tiro fuori dalla borsa la piadina comprata il giorno prima a Susa e me la gusto guardando le montagne. In quel momento mi sento perfettamente a mio agio: sedersi sulla spazzatura per mangiare una piadina diventa una cosa assolutamente poetica.

Riparto convinto che la salita del Col des Saisies sarà una formalità. Naturalmente mi sbaglio. Dopo pochi chilometri trovo un cartello: Ponte chiuso. Mi guardo intorno. Ci sono altri tre ciclisti francesi. Ci guardiamo con quella classica espressione che significa: “E adesso?”. I tre francesi parlottano tra di loro, muovono le mani, indicano la montagna, usano termini tecnici come “éboulement” e “impossible”.

Io, forte del mio bilinguismo di sopravvivenza, sfoggio alcuni grandi classici del mio repertorio. Mi guardano come si guarda un alieno appena sbarcato dalla luna. Il più anziano fa un gesto netto con la mano, imitando una barriera invalicabile, e sentenzia: «Route barrée».

Ora, spiegate a un randonneur che ha una tabella di marcia da rispettare e zero voglia di allungare il percorso di anche solo un chilometro, che deve girare la bici e tornare indietro. La reazione normale non è la rassegazione ma la temporanea negazione della realtà.

Con i tre transalpini allunghiamo di qualche chilometro per evitare il ponte chiuso, ma ci troviamo nuovamente da capo. Altra strada sbarrata con operai al lavoro. Questa volta per una frana. Il capo cantiere mi viene incontro sbracciandosi: «Randonneur?». Ci indica così un’ulteriore strada alternativa da seguire, sterrata ovviamente. Inizia una sessione di ciclocross improvvisata a 1.500 metri di quota, con le scarpe da strada che affondano nel fango.

Riparto assieme ai francesi. O meglio, io provo a stargli dietro. Loro parlano, ridono, ogni tanto si voltano per vedere se ci sono ancora. In qualche modo nasce quella complicità tipica tra ciclisti: non sai nemmeno come si chiamano, ma dopo dieci minuti sembra di conoscersi da una vita. A un certo punto uno di loro prende il telefono. Videochiamata. Risponde la moglie. Lui le dice qualcosa in francese, poi si gira verso di me, facendomi cenno di avvicinarmi. Io penso voglia farmi una foto, invece no: mi mette il telefono davanti alla faccia. Comincia a parlare, indica me, indica lo schermo. Capisco una sola cosa: vuole che saluti sua moglie.

Il problema è che il mio francese si limita a bonjour, merci e poco altro. Mi ritrovo così, in piena salita del Col des Saisies, sudato come una fontana, a fare conversazione con la moglie di un francese conosciuto venti minuti prima: «Bonjour… euh… ça va…?». Lei ride. Io pure. Credo che nessuno dei due abbia capito una sola parola, ma è stato uno di quei momenti assurdi che solo un viaggio in bicicletta ti regala.

Ormai il Col des Saisies è diventato una questione personale. Dopo la deviazione di 14 km, conquistarlo è obbligatorio. Gli ultimi chilometri scivolano via tranquilli, ognuno concentrato sul proprio ritmo. Poi la pendenza inizia a mollare e compare il cartello. Foto di rito, strette di mano vigorose e sorrisi larghi. Ci salutiamo lì, e le nostre strade si dividono: loro verso un’altra direzione, io invece verso Megève.

Rimasto solo, pedalo con un sorriso stampato in faccia, ridendo da solo per la videochiamata. La discesa verso Megève è un sollievo, una picchiata piacevole. Il problema è il ritorno alla realtà: man mano che perdo quota, la brezza svanisce e mi ritrovo faccia a faccia con il mio peggior nemico: il caldo feroce.

Arrivato a Megève, punto dritto a un supermercato. Esco stringendo sotto braccio due baguette, del prosciutto, un Powerade e l’immancabile Coca-Cola. Individuo un grosso blocco di cemento a bordo strada: per chiunque altro è solo cemnto, per un randonneur a quattrocento chilometri è una sala da pranzo di lusso. Mangio con calma, faccio il pieno alle borracce e mi concedo qualche minuto di solitudine senza bici: cinque minuti che ricaricano le batterie.

Poi, tocca ripartire. La discesa mi spinge più in basso e ogni metro perso significa un grado in più sul termometro. Torno a cuocere. Le fontanelle sembrano sparite: una chiusa, una asciutta, un’altra rotta. Con la gola secca, vedo un giardino privato con una fontanella all’interno. Non c’è anima viva, suono il campanello ma non risponde nessuno. Decido che è uno stato di necessità ed entro in punta di piedi. Bevo, riempio le borracce e passo al rito indispensabile: tolgo la maglia, la immergo nella vasca e la addosso fradicia. Una sensazione meravigliosa.

Riparto rinato. La salita verso Passy arriva nel momento peggiore della giornata. Pedalo cercando disperatamente ogni centimetro d’ombra proiettato da alberi o muretti, spostandomi fin sul ciglio della carreggiata. Sull’asfalto compaiono le vecchie scritte dei tifosi del Tour dedicate a Thibaut Pinot: “Allez Pinot!”. Io, nel mio piccolo, mi sento già orgoglioso di riuscire semplicemente a non sciogliermi.

Superata la tortura di Passy, la strada sale dolcemente verso Chamonix tra prati verdi, chalet in legno carichi di gerani e panorami da cartolina. Man mano che salgo, le cime trattengono le nuvole e passo dal caldo da fonderia a un’aria fresca. “Finalmente la pace”, penso. Cinque minuti dopo sto già rimpiangendo l’inferno sottostante: comincia a piovigginare.

Mi fermo nella boulangerie che Andrea mi ha tassativamente consigliato: «Quando passi da Chamonix, fermati lì. Fidati». Ha ragione. Ne esco con un dolce e il morale altissimo. Fuori continua a piovere, infilo la giacca in Gore-Tex e riparto verso il Col des Montets. Più salgo, più la temperatura crolla. Scollino senza troppi drammi, mi lancio in discesa e, appena la pioggia dà tregua, tolgo la giacca per evitare l’effetto sauna, puntando verso il Col de la Forclaz, l’ultima fatica in terra francese.

Quando avvisto il cartello del passo, mi scappa da ridere. Parcheggio la bici, tiro fuori lo smartphone e fotografo il cartello del Col de la Forclaz posizionandovi di fianco la mia lampada frontale… modello Forclaz della Decathlon. Lo so, è una freddura agghiacciante, ma dopo due giorni di solitudine basta poco per sorridere.

Supero il confine svizzero, mi godo la discesa tra i vigneti terrazzati e arrivo a Martigny verso le nove di sera, dove faccio una sosta strategica. Seduto sul muretto di un distributore, consumo il panino al prosciutto di Megève, un éclair e una Coca-Cola. Controllo il radar meteo: davanti a me il Gran San Bernardo. Quaranta chilometri di salita infinita, di notte, sotto la pioggia.

Mando un messaggio a casa. Andrea prova a rassicurarmi: «Se si mette male, a dieci chilometri dal passo c’è un riparo dove dormire». Guardo la bici, guardo il buio, mando giù l’ultimo sorso di Coca: «Va bene, andiamo a vedere com’è».

Alle 21:40 rimetto le scarpe sui pedali, a 420 km e 8000 metri di dislivello parziali.

I primi chilometri scorrono meglio del previsto, ma le auto mi superano a velocità folli, sfiorandomi. Ogni volta che sento un motore, i muscoli si pietrificano. Poi, la liberazione: al bivio del traforo tutte le macchine si infilano nel tunnel, mentre io tiro dritto sulla vecchia strada del passo. Nel giro di dieci metri cala un silenzio irreale: restiamo solo io, la bici, il faro e la montagna.

Le palpebre, però, diventano di piombo. Devo dormire, anche solo cinque minuti. Inizio a cercare un posto nel nulla, finché non vedo una galleria paravalanghe. Entro: di lato c’è un solido, largo marciapiede in cemento. Perfetto. Appoggio la bici, mi butto a terra e chiudo gli occhi. Con chilometri quadrati di natura alpina incontaminata, ho scelto di dormire in una galleria. E mi sento pure un privilegiato.

Cinque minuti di sonno profondo mi salvano la vita. Gli ultimi sette chilometri si rivelano tremendi, con pendenze costantemente in doppia cifra. Di giorno questo posto è un anfiteatro di meraviglie, di notte, sono costretto a fissare esclusivamente il cerchio di luce proiettato sull’asfalto.

Alle 2:38 il faro illumina la scritta: Colle del Gran San Bernardo. Mi fermo. Solo un enorme, profondissimo sospiro di sollievo: le grandi salite sono finite. Infilo addosso tutto l’abbigliamento delle borse e mi lancio in discesa verso Aosta. Una picchiata lunghissima.

Verso le 4 sono in città. Vago assonnato come un fantasma per una decina di chilometri finché non trovo l’oasi: una pensilina dell’autobus con una comodissima panchina. Il primo passaggio è dopo le sei. Mi sdraio, e alle 4:40 perdo conoscenza.

Alle sei in punto, una mano mi scuote la spalla: è l’autista del primo autobus. Mi fissa preoccupato: «Tutto bene?». Scatto in piedi: «Sì, sì… tutto benissimo!». Ho appena usufruito del servizio sveglia più efficiente della Valle d’Aosta.

Mi rimetto in sella per gli ultimi cento chilometri. Sembra una passeggiata, ma il Tour Blanc Rando ha l’ultima carta sadica: il ritorno del caldo a quaranta gradi e la Serra Morenica di Ivrea, che dopo seicento chilometri si fa rispettare come un tappone dolomitico.

Alle 11:54 di venerdì, dopo 51 ore e 32 minuti, attraverso finalmente la linea d’arrivo invisibile a Gaglianico: 614 km e 11.231 metri di dislivello reali. Niente archi, niente musica, nessun applauso. Solo il contachilometri che smette di registrare. Ed è perfetto così. Le Super Randonnée sono fatte di questa solitudine.

Mi avvio alla stazione con una fame atroce e la scelta cade inevitabilmente su McDonald’s: il mio corpo reclama grassi idrogenati. Lascio la bici, mi avvio all’ingresso a grandi falcate e appoggio il piede sulla pedana esterna di plastica.

Taaaaaaaaaac……

La tacchetta della scarpa, rimasta intatta su sei colossi alpini, decide di scivolare proprio lì. Le mie gambe partono in una spaccata degna di una ginnasta; io, invece, rimango fermo nello spazio. In una frazione di secondo mi ritrovo sdraiato per terra a pelle d’orso, con una bella botta sulla schiena e lo sguardo perso verso il soffitto.

Rimango immobile qualche secondo, poi inizio a ridere da solo come un matto. Ho pedalato per seicentoquattordici chilometri tra tre nazioni, scalato l’Iseran e il Gran San Bernardo. Sono sopravvissuto a fulmini sul Moncenisio, discese nel buio, quarantaquattro gradi di giorno, il gelo della notte e persino a un tunnel svizzero usato come letto. E dove vado a schiantarmi? Sulla plastica di McDonald’s, a duecento metri dalla stazione. Il finale più coerente e autoironico possibile.

Il viaggio, però, non è davvero concluso. Sul treno per Milano mi siedo finalmente sul sedile. Dopo qualche fermata, noto una dinamica curiosa: le persone intorno a me iniziano a cambiare posto con urgenza. Una signora si sposta tre file, un ragazzo si alza di scatto. A un certo punto, un passeggero straniero biascica qualcosa, mi lancia un’occhiata che sembra una denuncia e cambia direttamente carrozza.

Ci metto qualche secondo a capire, poi abbasso lo sguardo. Indosso gli stessi vestiti da più di cinquanta ore: ho addosso il sudore della pianura, l’acqua del Moncenisio, la polvere di Beaufort. Non vedo una doccia da tre giorni ed emano una odore letale.

Il Tour Blanc Rando è ufficialmente finito, la bici è sui ganci della carrozza, ma il mio profumo sta ancora continuando il viaggio, mietendo vittime lungo la linea ferroviaria.

Un grazie speciale a Luca per aver ideato e organizzato questa splendido Super Randonne, e a chi mi ha seguito e supportato da casa: Andrea, Roby, Umberto, Daniele, Mattia, Ale, i miei colleghi e la mia famiglia.

Alla prossima avventura!

2 pensieri su “Super Randonnée Tour Blanc Rando

  1. Qua la scala Grioni raggiunge vette immense.
    Mi armo di bombola di ossigeno.
    Se ne pianifichi un’altra parliamone, che vengo a rallentarti (provando a seguirti, LOL)

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