COPPA ASTERIA 2016-2026: Memorie del Nemico Numero 1

Cronaca semiseria del Nemico Numero 1 che continua a tornare solo per il gusto di trattarli male e farsi trattare male.

Quando ho letto il programma di Coppa Asteria 2026, ho capito che la Popolare Ciclistica aveva finalmente completato la sua transizione: da gloriosa società ciclistica a comitato Fiab che organizza gite domenicali con gilet catarifrangenti.

Non mi ha sconvolto più di tanto la presenza del “percorso corto”, anche se questa dicitura accostata ad Asteria evoca solo una profonda tristezza. D’altronde siamo nel 2026 e bisogna amaramente accettare che anche i presunti rockstar del pedale cedano alle lusinghe dei più pigri.

Il vero trauma, il tradimento imperdonabile, è stato un altro. Una parola che da Coppa Asteria non mi sarei mai aspettato di leggere: Asfalto. Coppa Asteria interamente su asfalto.

Dieci anni di Coppa Asteria per ridursi a questo? Niente passaggi obbligati sulle macerie di qualche discarica abusiva, nessuna mulattiera che sembra un reperto archeologico calpestato dal tempo, nessun segmento tracciato sopra cumuli di detriti tali da farti pensare di essere su una scena del delitto sotto sequestro dai Ris di Parma. Una delusione totale.

Per anni questi presunti ciclisti della Popolare ci avevano educati a certi valori: il cattivo gusto ciclistico, l’accanimento terapeutico applicato al dislivello, la ricerca metodica della traccia peggiore nel raggio di cinquanta chilometri.

E invece, quest’anno, ci hanno steso davanti il velluto nero delle provinciali. Mancava solo il Selvino e avevamo fatto l’en plein. Di questo passo, l’anno prossimo mi aspetto la Coppa Asteria con percorso E-Bike, con tanto di stazione di ricarica rapida al ristoro e Pato con il megafono a guidare gli esercizi di Pilates.

Naturalmente ho scelto il percorso lungo. Dopo tante partecipazioni credo semplicemente di non poterne più fare a meno. Il copione lo conosco a memoria: a metà giro maledico gli organizzatori, a tre quarti giuro che questa sarà l’ultima volta, la sera insulto tutti su whatsapp. Poi passano i mesi, l’acido lattico va via, e l’anno dopo mi ritrovo puntualmente di nuovo in griglia. Una relazione tossica a tutti gli effetti.

Mentre salivo verso Lonno, il silenzio dell’asfalto liscio mi irritava le orecchie e lasciava spazio ai pensieri. Mi sono accorto che dieci anni sono un’eternità. Quando Coppa Asteria nacque, nel 2016, il mondo del ciclismo era una cosa seria. Non c’era un evento ogni fine settimana, non esistevano decine di gare su misura per Instagram, né mille format a contendersi l’iscrizione dei ciclisti. Eppure, l’Asteria è ancora qui.

Perché? mi chiedevo, mentre arrancavo verso Altino con il cuore in gola. Non certo per il percorso, dato che di salite nella Bergamasca ne trovi anche se sbagli incrocio per sbaglio. Di sicuro non per l’organizzazione della Popolare, che definire approssimativa è un complimento generoso.

La risposta doveva essere nascosta nei ricordi. Ed è sempre un esercizio pericoloso: tu vorresti concentrarti sulle pendenze, sui rapporti, sui dati spietati del Garmin, e invece ti tornano in mente le persone. Vorresti gestire lo sforzo, e ti ritrovi a sorridere come un idiota da solo in sella, ripensando ai vecchi aneddoti consumati su queste stesse strade.

Mi è tornato in mente il Velodromo di Dalmine, con quell’arrivo glorioso. Mi sono tornati in mente gli anni dei mitici adesivi dei Garibaldini Azzurri attaccati sui telai. Ho rivisto la maglia rosa di Chief. Mi sono tornate in mente le biciclette a noleggio di Bergamo lanciate a tutta, il Put che bala, e Bergamo Alta raggiunta seguendo sempre strade assurde solo per il gusto di schivare i pedoni terrorizzati.

E poi i ristori, con gli organizzatori sempre pronti a chiedere soldi con la cassetta delle offerte a noi poveri ciclisti sfruttati. Eppure, proprio lì si è fatta la storia: mi è tornata in mente la polenta del Germano al ristoro di Dossena, roba che da sola valeva il viaggio. Il Pianetti. E come dimenticare gli insulti del Cap? Quelli non appartengono a una singola edizione; erano un elemento naturale del paesaggio bergamasco. Arrivavano senza preavviso e mi colpivano a tradimento, dritti nell’orgoglio.

Per non parlare delle grigliate. Esistono le grigliate normali, e poi esiste la brace del Maestro Pegurri. Qualcosa di indimenticabile, con la carne cucinata direttamente sulla sua leggendaria tanica di petrolio.

Poco più avanti, però, il cervello ha iniziato a ricordare immagini decisamente più sgradevoli, come un’illuminazione improvvisa, e ha focalizzato il volto di lui, il mitico, l’unico, la nullità in persona: Paolillo! Ricordo ancora l’ambito premio che mi ha consegnato all’arrivo di un’inedita edizione, un bel pacco di wurstel.

Al ristoro quest’anno mi hanno pure detto che ha dichiarato che prima o poi tornerà in bici. Io, maliziosamente, ho pensato subito: “Stai pure dove sei, Paolillo, che non ci manchi affatto”.

Mentre realizzavo tutto questo, ho provato una fitta allo stomaco: stavo provando una genuina nostalgia per la Popolare Ciclistica. Una sensazione disgustosa per uno con la mia reputazione. Da Nemico Numero 1 avrei dovuto sputarmi negli occhi da solo per questo cedimento emotivo.

Al ristoro dei Colli mi sono guardato intorno. Tante facce note, qualche capello bianco in più, ma l’anima era identica. E proprio mentre cercavo un briciolo di conforto, si avvicina Tsironas. Con quel suo solito sorriso stampato in faccia, mi guarda e mi fa: “Ho analizzato i tuoi dati… certo che le tue prestazioni sono calate”. Che infame. Non gli bastava il dislivello, doveva pure infierire sull’orgoglio.

E lì ho capito il grande inganno: dopo tante edizioni sono convinto che la Popolare non organizzi l’Asteria per far soffrire i ciclisti. La organizza per avere una scusa per ritrovarsi ogni anno e demolirti psicologicamente. Le salite servono solo come scusa.

Seduto su una sedia di plastica, ho riso di gusto con Giorgio e ricordato le vecchie Asterie con Roby. Giorgio si sentiva ormai cucita addosso la maglia nera in puro stile Malabrocca. E ho pensato che forse ha ragione lui: alla fine non importa arrivare davanti o dietro. Importa esserci.

Per fortuna la Popolare ha subodorato il pericolo del troppo romanticismo e ha piazzato nella seconda parte il Gandosso e, soprattutto, Via Loreto. Via Loreto esiste esclusivamente per ricordarti, con le sue pendenze, che la felicità è una condizione temporanea.

Alla fine sono arrivato. Tardi, affamato e con la pasta finita. Si avvicina Luca con un piatto: “Tieni, questa è avanzata per te”. Mi commuovo, pensando a un gesto d’affetto. Poi noto la forchetta sporca e i maccheroni spezzati: quei fetenti mi stavano rifilando un piatto premangiato da sconosciuti.

Mentre esito inorridito, compare PVA. Guarda il piatto, guarda me e si lamenta pure perché non voglio mangiarlo, sentenziando: “Pattumiera sei e pattumiera meriti”.

A stomaco vuoto, ho capito la grande verità: più la Popolare mi tratta male, più li amo. Se mi avessero dato della pasta sana avrei avuto paura, avrei temuto l’avvelenamento. Costringendomi al digiuno tra gli avanzi mi hanno invece detto “ti vogliamo bene”, ma nell’unico modo che conoscono. Mi sono sentito felice e orgoglioso di essere il Nemico Numero 1.

In questa giornata di festa, però, c’è stato spazio anche per un velo di inevitabile malinconia.

Se penso a Coppa Asteria, non posso dimenticare l’edizione del 2024, pedalata assieme a Mattia. Ventitré anni. L’età in cui ogni difficoltà e ogni pendenza sembra affrontabile con facilità. Quest’anno, affrontando la discesa dai Colli, il pensiero è tornato costantemente a lui.

E mentre scendevo, ricordavo ogni dettaglio di quella giornata del 2024. Allora sembrava semplicemente una giornata come tante altre. Una salita, una discesa, due chiacchiere per far passare la fatica, qualche battuta stupida. Niente di straordinario, all’apparenza.

Con il tempo ho imparato che i momenti davvero importanti li apprezzi di più solo dopo, molto dopo. Quando capisci che una giornata apparentemente normale è diventata un tesoro inestimabile. Quando realizzi che certe persone lasciano un solco dentro di te molto più profondo di qualsiasi rampa al ventidue per cento.

La vera eredità di dieci anni di Coppa Asteria è tutta qui. Non è il dislivello accumulato, non sono i muri impossibili e nemmeno le idee assurde della Popolare. Sono le persone. Quelle che incontri per caso lungo la traccia, quelle che ritrovi ogni anno come un appuntamento fisso con la tua storia, quelle con cui ridi fino alle lacrime al ristoro. E quelle che continuano ad accompagnarti in salita, spingendoti invisibilmente sui pedali, anche quando non pedalano più accanto a te.

Per questo continuerò a tornare. Non per fare un favore alla Popolare Ciclistica. Io resto il Nemico Numero 1, un titolo che difendo con le unghie, portando avanti questa carica con orgoglio e senso del dovere.

Continuo a tornare non grazie a loro, ma nonostante loro.

Se l’anno prossimo oseranno davvero sdoganare le e-bike, sappiano che mi troveranno al casello di Bergamo. Qualcuno deve pur restare a presidiare le macerie, prima che questi burocrati trasformino definitivamente l’Asteria in una gara aziendale.

Non vi libererete di me così facilmente. Tremate, smidollati, il vostro incubo peggiore continuerà a perseguitarvi.

3 pensieri su “COPPA ASTERIA 2016-2026: Memorie del Nemico Numero 1

  1. Che tristezza! In più sono due anni che la organizzano in contemporanea con il BAM! Meno male che ho preferito andare a Piazzola sul Brenta

  2. Bello proprio questo tuo racconto. Uno dei migliori!
    Si vede che godi fare a brandelli i Pop, ma nello stesso tempo li ami!!

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