Ravorando 2026: non è una 400 km, è qualcosa di più

Non è la distanza che conta.
Alla fine scopri che i chilometri contano meno delle persone.

La Rando da 400 km è la notte.

È la prima distanza in cui non puoi più girarci intorno: ci devi passare dentro, senza scorciatoie. Non è solo una questione di chilometri, è un banco di prova. Il primo vero esame da randagio, quello in cui capisci se sei disposto a restare quando il mondo si spegne e rimani solo tu, la bici e quello che hai in testa. Le gambe, in qualche modo, fanno il loro lavoro. È la testa che viene chiamata in causa. E quella, a differenza delle gambe, non la puoi allenare davvero: la scopri solo quando serve.

E si vede già alla partenza.

Perché alla partenza di una 400 non trovi ciclisti normali e sani.
Trovi solo i malati delle lunghe distanze. Gente con quello sguardo, sospeso tra lucidità e incoscienza. Si riconoscono subito: non parlano di medie, parlano di notti. Sanno perfettamente cosa li aspetta, e non vedono l’ora di andarci.

E infatti la giornata è iniziata nel modo più coerente possibile: completamente sbagliato.

Altro che strategie nutrizionali e carboidrati contati al grammo. Con Alessandro alle dodici e mezza eravamo già con le gambe infilate sotto il tavolo. Misticanza con i bruciatini, tortellini al ragù e un tiramisù finale che non chiedeva il permesso. Il tutto annaffiato da un Lambrusco che faceva salire il morale e l’allegria.

E lì, tra una forchettata e una risata, ho capito che la rando era già iniziata.
Perché certe randonnée non partono quando timbri il cartellino, ma quando inizi a condividerle.

Poi si parte davvero. Meno di cento iscritti, ma sono quelli giusti. Le facce sono quelle di chi non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Nei primi ottanta chilometri il percorso si muove e non ti lascia mai tranquillo: almeno tre salite per un totale di circa 1500 metri di dislivello. E poi c’è il caldo, che fa il suo lavoro sporco: ti stanca piano, senza fare rumore, e ti ricorda che la gestione vale sempre più della forza.

E proprio lì iniziano gli incontri.

Donato lo vedo arrivare quasi per caso. Ci incrociamo con lo sguardo, ci riconosciamo e senza dire niente ci mettiamo fianco a fianco. Come se tra l’ultima volta e adesso non fosse passato il tempo, ma solo una curva un po’ più lunga. L’ultima immagine che avevo di noi era al controllo di Carhaix, durante la Parigi-Brest-Parigi, seduti a cena con quella stanchezza che ti rende tutto più semplice e più vero. Ritrovarlo lì, su una strada qualsiasi, è uno di quei momenti che non fanno rumore ma che ti restano addosso.
Mi dice che legge sempre il mio blog, e io, lo ammetto, dentro sorrido come un ragazzino. Sono piccole cose, ma tengono accesa la fiamma.

Poco dopo, tra una salita e l’altra, riesco anche a fare una cosa che alle randonnée capita sempre troppo di fretta: fermarmi il giusto per presentarmi davvero a Michele.
Gli rinnovo i complimenti per la Rando Valli Parmensi, e lui li accoglie con quella semplicità di chi sa di aver fatto qualcosa di bello senza bisogno di raccontarlo troppo. Io, per sicurezza, aggiungo che quella rando me la porto ancora dentro… nel cuore, certo, ma soprattutto nella pancia.

E come se non bastasse, la strada decide di sistemare anche un conto rimasto in sospeso da anni.

Marco C.

Ci rincorriamo da una vita tra blog, commenti, percorsi simili fatti in giorni diversi. Sempre sfiorati, mai davvero incontrati. Finché non succede. È lì, davanti a me. Pedala da solo, con una gamba che non ha bisogno di presentazioni. Ci salutiamo al volo, ma è uno di quei saluti che basta e avanza. Come mettere finalmente un segno di spunta su qualcosa che aspettavi senza fretta.

Le gambe intanto si mettono d’accordo con la strada. Il ritmo arriva, il sudore sa di sale e di estate, e piano piano tutto si allinea. Poi il sole comincia a scendere.

È sempre un momento strano, quello.
La luce si fa più morbida, le ombre si allungano e le biciclette diventano sagome nere che corrono accanto a noi. C’è una calma diversa, quasi irreale. Mi viene spontaneo canticchiare “Resta qui con noi, il sole scende già” e lo butto lì ad Ale, così, senza pensarci troppo. Ma in quel momento ha senso.

Siamo immersi nel profumo delle pinete e nel silenzio della valle dell’Idice. L’aria cambia, si fa più fresca, più sottile. E senza un motivo preciso mi torna in mente quella frase: “Pizza fredda e birra calda… tutto alla rovescia, come nella vita”

Noi la aggiorniamo subito: salita calda e discesa fredda. Che è esattamente il contrario del buon senso ciclistico, ma è anche il motivo per cui siamo lì.

Al ristoro di San Benedetto del Querceto ci sediamo senza fretta. Due piatti di pasta che spariscono in pochi minuti, qualche parola, qualche risata. Ma si riparte in fretta. Perché davanti c’è ancora tanta strada. E soprattutto c’è lei.

La notte.

Arriva senza chiedere permesso.
Prima un accenno, poi un velo, poi il buio pieno.

Si forma un gruppo, una ventina di randagi. Davanti c’è Pino Leone. Non serve presentarlo: lo riconosci dal suo vocione e dal modo in cui tiene il gruppo, dall’attenzione ai dettagli, da come richiama chi sbaglia traiettoria o dimentica una buca. Più che un capitano, è una guida. Uno di quelli che ti fa sentire più al sicuro anche quando sei stanco.

Io, per evitare di finire nel mirino delle sue sgridate, scelgo una posizione intelligente nelle retrovie. È una questione di sopravvivenza, più che di strategia.

Ed è lì, nel buio, che succede qualcosa che succede solo nelle randonnée.

Le persone smettono di essere comparse e diventano storia. Con Laura nasce una chiacchierata che non ha niente a che fare con la bici. Vita, famiglia, pensieri sparsi. E mentre la strada scorre uguale, senza punti di riferimento, due sconosciuti si raccontano pezzi di sé. È questo il vero segreto delle lunghe distanze: non è quello che percorri, è quello che condividi.

I paesi passano senza lasciare traccia. Serrande abbassate, luci spente, silenzio. Poi, all’improvviso, Alberino. Una luce accesa, un circolo aperto. Una piccola salvezza nel nulla. Tutti prendono qualcosa di caldo per rimettere in moto il corpo.

Io no.

Io, coerente con le mie scelte discutibili, mi mangio un Cucciolone.
Dieci morsi, secchi. Con l’umidità che ti entra nelle ossa e il buon senso che prova a fermarti. Ma ormai è tardi: la scelta è fatta.

Poi si arriva a Comacchio.

I Trepponti. Il ristoro. Pizza e Coca-Cola.

E lì, come se non bastasse, rivedo Marco G. Mi illumino e gli vado incontro con un entusiasmo forse esagerato, ma sincero: è un caro amico, e mi torna in mente la nostra 400 insieme nel 2022. Qualcuno, lì vicino, commenta: “Matteo, sembra che hai avuto una visione.”

E forse è proprio così.

Ripartiamo piano, Io Ale e Pietro, godendoci quel silenzio irreale. Ma è proprio lì che la notte cambia faccia.

Un attimo. Un errore piccolo.
Alessandro prende male un gradino.

E cade.

Resta lì. Immobile.

Quindici secondi che diventano eterni. Lo chiami, non risponde. E in quei secondi la testa corre più veloce delle gambe. Poi si muove. Respira. Arrivano aiuti. I carabinieri escono, qualcuno si ferma, l’ambulanza arriva.

Pino dà ordini, io eseguo: chiama immediatamente Sergio a Bologna!

E in mezzo a tutto questo, mentre porto la bici dai carabinieri, mi fermo un attimo. Stacco il Garmin di Alessandro e gli salvo la traccia. Perché va bene tutto. Ma certe cose non si lasciano indietro.

Alessandro viene portato via in ambulanza, e la notte cambia senso.

Riparto da solo con Pietro. E qui succede qualcosa che, a raccontarlo, sembra meno importante di quello che è davvero. Perché non ci sono cadute, non ci sono scene, non ci sono colpi di teatro. Solo due persone che pedalano nel buio e parlano.

Ma è proprio lì che la notte smette di fare paura.

Pietro è uno di quelli che non riempiono il silenzio, lo accompagnano. Si passa dalla bici alla vita senza accorgersene, dalle randonnée alle domande grandi. Fede, scelte, errori, strade prese e strade lasciate. E mentre le ruote girano regolari, senza strappi, mi accorgo che qualcosa dentro si sta rimettendo a posto.

Non è più la pedalata a tenere insieme tutto. Sono le parole.

Quelle giuste, dette al momento giusto, senza forzature.

Ci sono momenti in cui capisci che non sei lì per fare chilometri, ma per attraversare qualcosa che non ha nome. E quella pedalata con Pietro è stata esattamente questo: una traversata silenziosa dentro me stesso, con qualcuno accanto che, senza fare nulla di speciale, rendeva tutto più semplice.

Il mio piano era di tornare a Bologna in bici per recuperare l’auto e tornare a Comacchio. Ma a volte bisogna saper cambiare piano.

Sergio lo aveva già capito. Mi viene incontro fino a Lugo, mi intercetta nella notte e mi carica in macchina. Senza tante discussioni: “Torni alla tua auto il prima possibile.” 

E in quell’ora in macchina succede qualcosa che vale più di tanti chilometri. Si parla, si ascolta, si ride anche un po’. E la tensione si scioglie, piano. Alessandro mi risponde pure al telefono, e come se iniziassi di nuovo a respirare.

Arriviamo a Bologna con le prime luci del mattino. Doccia veloce, poi di nuovo in viaggio. Ma stavolta in auto. Comacchio, ospedale, carabinieri.

Non ho finito la 400, mi sono fermato a 270, ma non è questo che conta. Perché i chilometri sono numeri, le persone no.

E quella notte mi ha ricordato perché pedalo: non per arrivare, ma per esserci. Per la strada, per gli altri, per quei momenti che non puoi programmare.

Un grazie sincero a tutti i volontari della Ravonese, sempre presenti, sempre con un sorriso anche quando noi siamo tutto tranne che lucidi.
Un grazie a chi c’era, a chi ho incontrato, a chi ha condiviso anche solo un pezzo di strada.

E soprattutto grazie a Sergio, per la sua disponibilità concreta e silenziosa. E a Pietro, per quella pedalata che non dimenticherò.

Ale… alla prossima rando.
Sempre che tua moglie te lo permetta. 😄

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