Juf: dove il silenzio batte più forte del cuore

Una mattina da Chiavenna a Juf: 150 km, 4000 metri di dislivello, silenzio cosmico, marmotte e due soste di culto al Volg di Splügen. Perché il vero Spirito Randagio non cerca il lusso, ma marciapiedi panoramici e merendine da leggenda

Parto da Chiavenna, una mattina qualsiasi. Non c’è cronometro, non c’è gara: solo 150 km e 4000 metri di dislivello da addomesticare. Lo Spluga all’andata e al ritorno fa la sua parte, ma oggi non è il protagonista. Il vero centro del viaggio è Juf.

La giornata inizia con la solita domanda: “Ma chi me l’ha fatto fare?” mentre guardo il cartello che annuncia i 51 tornanti della prima salita. La risposta, come sempre, non arriva. Ma è proprio questo il bello di essere randagi: si pedala perché sì, punto.

Cos’è Juf?

Un pugno di case in legno e pietra, a 2126 metri di quota, nella valle dell’Avers, cantone dei Grigioni. Non ha stazione, non ha negozi di souvenir, non ha niente di superfluo. Con i suoi 25 abitanti è il villaggio abitato tutto l’anno più alto della Svizzera, e già questo basterebbe per incuriosire qualsiasi randagio. Ma non è l’altitudine che lo rende speciale: è il fatto che sembra fuori dal mondo.

Non aspettatevi il classico “arrivo da ciclisti” con rifugio, striscioni e cappuccino a 5 franchi. Qui ci sono solo stalle, una piccola cappella e una manciata di famiglie Walser che resistono agli inverni più duri. Se ti fermi troppo, una signora ti invita a bere latte appena munto e magari a far partorire una mucca(come successo anni fa a Luca).

La salita verso il nulla (e il tutto)

La salita parte poco sopra Andeer, dove lasci la cantonale trafficata e imbocchi una stradina che sembra dire: “Qui iniziano i guai”. 25 km di strada perfetta che si arrampicano tra boschi, pascoli e cascate. Le pendenze non sono cattive: 6-7% di media, qualche rampa che sfiora il 10%, giusto per ricordarti che sei vivo. Il bello è che il dislivello lo fa la continuità: zero pause, alcuni falsipiani.

La strada si restringe, le case spariscono, e a un certo punto ti accorgi che non c’è nessuno. Non un’auto, non una bici, non una moto. In 25 km non ho incrociato anima viva su due ruote. Zero. Talmente tanto silenzio che stavo per parlare con le marmotte, ma loro erano troppo impegnate a ignorarmi.

È un silenzio particolare, non quello della montagna che comunque ha il sottofondo di campanacci e turisti: qui è un silenzio ovattato, quasi sospeso. Mi sembrava di essere finito in un mondo parallelo: talmente quieto che sentivo il battito del mio cuore più forte del rumore delle gomme sull’asfalto. Se avessi avuto un misuratore di potenza, probabilmente avrei potuto sentire i watt emessi… e ridere amaramente per quanto pochi fossero.

Arrivi a Juf e… ti sembra di tornare indietro nel tempo

Stalle, case di legno annerite, un cartello, una locanda, una manciata di persone che vivono qui tutto l’anno. Nessun caos, nessuna distrazione. Non è una salita da copertina, non è blasonata come Stelvio o Gavia. Non troverai ciclisti che fanno le foto per Instagram. Ma ti lascia addosso qualcosa: il senso di essere arrivato davvero “altrove”, non solo in quota.

Dove ho mangiato?

Ma ovviamente al mio amato Volg di Splügen!
All’andata la classica sosta: mezzo litro di Coca-Cola, brioche di dubbia dignità gastronomica e una barretta scaduta che tenevo in tasca da anni, il tutto consumato nel mio angolo VIP: tra il distributore di fiori e i carrelli della spesa, con vista mozzafiato su un parcheggio in asfalto grezzo che nemmeno il Giro d’Italia si sognerebbe.

Al ritorno, rito identico. Non perché fosse necessario, ma per rispetto della tradizione. Altra bibita, altra merendina, stesso nobile parcheggio. Dedico queste due soste a Daniele, che sa bene che il vero Spirito Randagio non cerca ristoranti panoramici, ma troni d’asfalto davanti a un supermercato di montagna.

Ho salutato i carrelli come vecchi amici, e loro, ne sono certo, hanno ricambiato in silenzio. Lo stesso silenzio che mi ha accompagnato per 25 km fino a Juf, e che non dimenticherò.

La discesa e lo Spluga al rientro sono la solita faticaccia che ogni randagio chiama “divertimento”. Ma ormai la giornata è segnata: non per i watt, non per i metri di dislivello, ma per quell’esperienza quasi mistica.

La salita più silenziosa che abbia mai fatto.

Forse è questo il vero premio di pedalare randagi: trovare posti dove il tempo si ferma, dove senti il cuore e non il traffico. E sì, dove un panino del Volg vale quanto una medaglia.

1 ha pensato a “Juf: dove il silenzio batte più forte del cuore

  1. Sarà la mia prossima meta!
    Ciao Matteo sei mitico (sei anche milanese….pota nessuno è perfetto😅)

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