Randonnée Valli Parmensi
Mi avevano parlato di una randonnée con 7 ristori. Pensavo fosse un’esagerazione, invece è tutto vero!
Ma davvero esiste una Randonnée con sette ristori? Me l’avevano venduta così, la Valli Parmensi.
“La regina dei ristori”, dicevano. E io, che negli anni ho affinato una discreta sensibilità per il cibo consumato in sella, non potevo ignorare un richiamo così forte.
Per vari motivi di calendario non ero mai riuscito a parteciparvi, ma prima o poi doveva arrivare quel momento. Quel “prima o poi” è diventato domenica scorsa.
La notte prima della partenza piove. Non è una pioggerellina gentile, è pioggia vera, di quelle che battono sul tetto con insistenza, come se volessero darti l’ultimo avvertimento: “Sei sicuro di voler andare?”.
Chiunque si sarebbe girato nel letto con un minimo di preoccupazione. Io mi sono girato dal lato opposto e ho continuato a dormire. Non è spavalderia, è che, a un certo punto, smetti di pensare al meteo. Bisogna semplicemente adeguarsi.
Partiamo presto da Milano, io e Alessandro. Le strade sono ancora mezze addormentate e il cielo è quel grigio che non promette nulla di buono.
Arriviamo a Lemignano di Collecchio e c’è un movimento pazzesco: quasi mille iscritti, di cui più di trecento pronti per il percorso lungo. C’è quell’energia elettrica delle partenze, gente che sistema, controlla, saluta e parte già con l’ansia di arrivare. Noi facciamo una registrazione veloce e poi, senza troppe cerimonie, si parte.
Cielo coperto, strada bagnata. Io parto in pantaloncini corti e guanti corti. Perché? Bella domanda. Forse ottimismo, forse incoscienza, o forse perché me lo ha suggerito Andrea da casa, e mi voglio fidare di lui.
Nei primi minuti si sente freddo, ma poi so che passerà. O meglio: smetto di farci caso, che nel ciclismo di lunga distanza è spesso la stessa cosa.
Il percorso prevede un passaggio all’interno della città di Parma, uno spettacolo che non ti aspetti.
Parco Ducale, Pilotta, Piazza Duomo. La città è lì, elegante e composta, come se ci stesse osservando passare in punta di pedale. Ma la cosa pazzesca è che l’organizzazione ha letteralmente fermato la città per noi: vigili e volontari ad ogni incrocio a bloccare il traffico per farci passare. Non è una cosa scontata, e racconta tutto della cura che c’è dietro questo evento.
Fuori città la strada si porta verso Montechiarugolo. Il castello domina l’Enza come se il Medioevo fosse finito ieri. Nelle informazioni della Rando si racconta della fata Bema: nessuno l’ha vista, ma nessuno la smentisce. Io invece vedo benissimo un ciclista che mi entra nella ruota anteriore. Secco. Due raggi si rompono.
Un attimo prima stai pedalando tranquillo, un attimo dopo sei fermo. Per fortuna resto in piedi.
La distrazione capita, per carità, ma lui dopo l’impatto tira dritto senza nemmeno girarsi. Niente. Questa cosa mi lascia addosso più amaro della ruota storta.
Durante i primi km ho percepito molta ansia, gente che zigzaga come se fosse in volata, gente che ti supera a destra e a sinistra.
Ognuno è libero di vivere la giornata come vuole, ma la libertà finisce dove inizia quella degli altri. E una randonnée, almeno per me, è anche rispetto.
Fortunatamente ho una ruota con 32 raggi, tiro quelli opposti, e si riparte. Per oggi dovrebbe tenere.
Si entra nel reggiano, con la Salita del Sorriso dedicata a Michele Scarponi. E poi Rossena che ti violenta prima dell’arrivo a Canossa.
Arriviamo al primo ristoro, km 51, e capisco subito che conquistare dell’affettato sarà la parte più facile della giornata. Il problema però è stato arrivarci: i castelli, per logica difensiva, stanno sempre in alto e oggi le salite sono rese insidiose dalla pioggia. L’asfalto bagnato è diventato scivoloso, costringendoci a pedalare con estrema attenzione e un pizzico di tensione costante nelle gambe.









Questo primo ristoro è davvero una festa. Gente ovunque, chiacchiere, sorrisi. Poi arriva lei, una ragazzina con una teglia in mano. La guardo e riconosco il contenuto: “È erbazzone?”. Lei si illumina e mi risponde di sì, colpita dal fatto che l’abbia riconosciuto. Pane, affettati, sorrisi: capisco subito che oggi sarà difficile mangiare poco.
Si prosegue tra le colline fino a Torrechiara, dove il castello ci raccontano pare fosse stato costruito più per amore che per difesa. Qui, al Km 85, è posto il secondo ristoro.
Mentre mangio avidamente, sento un ragazzo dire ad alta voce: “Alle granfondo non mi fermo mai a mangiare, questa è l’unica”. Ecco: ha capito tutto sui ristori, ma non ha capito nulla su oggi. Questa non è una granfondo, è un viaggio dentro un territorio e dentro i suoi sapori.
Ripartiamo sotto una debole pioggia, quella che però scoraggia, con il cielo nero all’orizzonte. Molti decidono di accorciare, noi no.
Km 100, Felino. Altro castello, altro ristoro. Non ho fame, sono ancora in fase di digestione dell’erbazzone, ma mangio per rispetto. Perché dietro ogni tavolo c’è qualcuno che si è alzato presto per accoglierti con un sorriso, e dire di no sembra quasi scortese. Nella mia perversa dinamica, mi autoconvinco di mangiare per pura gratitudine.
Poi arriva il bivio. Da una parte i percorsi più corti, dall’altra il lungo. Noi ovviamente giriamo per il lungo e cambia tutto: meno gente, più silenzio, più spazio. Mi sento improvvisamente tra persone che parlano la mia stessa lingua. Mi sento a casa.
Al km 118, al Caseificio Bertinelli, tra una forma di formaggio e l’altra il tempo sembra rallentato. Al banco mi chiedono: “Coca Cola americana o emiliana?”. Rispondo “Emiliana” senza pensarci. Errore strategico: mi ritrovo in mano del Lambrusco. Buono, anzi, troppo buono. Devo rimediare subito con parmigiano e affettato per ristabilire l’equilibrio.
Ma la cosa più bella è la compagnia: Alessandro, Pino, Luca, Pietro, Marco, Ivan, Claudia, Dafne, Fabio e tanti altri… i randagi non sono un gruppo, sono una famiglia.
Al km 140, al quinto ristoro, presso le Terme di Tabiano, il corpo presenta il conto. Mi ripeto “mangio poco”, ma poi arrivo, vedo l’energia dei volontari e cedo.
Scendiamo verso Salsomaggiore; gli organizzatori ci fanno passare davanti le Terme Berzieri, luogo in cui si racconta un’epoca in cui si veniva qui per curarsi. Noi passiamo in bici stanchi, pieni di cibo e lenti, ma alla fine stiamo facendo la stessa cosa: ci stiamo rigenerando!
Lasciamo Salsomaggiore e la strada torna a salire.
Inizio a percepire la fatica, ma ci pensa Ivan a tirarmi su di morale. Due chiacchiere con lui e tutto passa, finché non abbasso lo sguardo sulla sua bici e noto un dettaglio particolare: si è portato un copertoncino di riserva e l’ha fissato, con una precisione quasi scientifica, sulla forcella.
Gli faccio i complimenti: “Un vero tocco di classe da randagio!”. Ecco, questo è quello che amo delle lunghe distanze: praticità e sopravvivenza.










Siamo al km 155 e arriviamo al Castello di Vigoleno, sesto ristoro. Attraversiamo il borgo e proseguiamo verso la Val Stirone, fino all’ultima vera fatica: il Valico di Case d’Asta, una strada spettacolare ma con una pendenza che si fa sentire.
Al km 183, ecco il settimo e ultimo ristoro al Castello di Varano. Lì capisci che è fatta: 2770 metri di dislivello, le salite sono finalmente finite.
Ora la discesa è davvero liberatoria, e per la prima volta dopo ore, smetto di pensare alla fatica e al cibo.
Rientriamo verso Lemignano con il buio. È giusto così. Le randonnée hanno questo ritmo: si parte presto, si arriva tardi, e nel mezzo succede qualcosa che non ha bisogno di cronometri.
All’arrivo, con il sorriso, mi mettono la medaglia al collo: Finisher. Mi sento ufficialmente il Campione del Mondo dei Ristori.
Poi, però, arriva il colpo di grazia: il biglietto per la cena. Con Alessandro ci diciamo: “No, basta, non mangiamo più”, con l’ultimo briciolo di dignità che ci rimane.
Cinque minuti dopo siamo seduti davanti a un piatto di tortellini. Mi sento il solito orso bipolare.
Eppure, mentre sento il peso di quel metallo sul petto e del cibo nella pancia, il pensiero va a chi questa randonnée l’ha resa possibile.
Voglio ringraziare di cuore l’organizzazione e, soprattutto, gli splendidi volontari. Persone rimaste per ore ad attenderci con il sorriso, pronte a viziarti, a incoraggiarti e a metterti letteralmente all’ingrasso per 213 chilometri.
Senza la loro passione, la loro allegria e quella cura quasi materna nel servirti affettato, parmigiano o erbazzone, questa rando sarebbe stata solo una lunga pedalata.
Invece è stata una festa. Grazie per averci fatto sentire ospiti d’onore a ogni singolo chilometro.
Avevano proprio ragione: “I ristori non interrompono il viaggio: lo completano”
Post scriptum: Il giorno dopo…
Eccomi qui, lunedì mattina. Occhi chiusi, espressione tra l’estasi e il coma calorico. Il mio corpo è al lavoro, ma la mia testa è ancora ferma a quel vassoio di prosciutto e salame. Il mio Garmin segna che dovrei riposare per 72 ore; tuttavia, con questo sogno al Parmigiano che mi porto dentro, potrei quasi ricominciare.
Non ho vinto nulla, ma resto pur sempre il Campione del Mondo dei Ristori!



Cavoli mi hai fatto venir fame, e perché no anche voglia di pedalare😅.
Ciao.
Grande, grandissimo! I tuoi futuri libri li comprerò tutti 👏🏿👍🏾