Colle del Nivolet

Colle del Nivolet, spartiacque tra la Valle dell’Orco (Piemonte) e la Valsavarenche (Valle d’Aosta), Parco nazionale del Gran Paradiso.

Era da anni che sentivo parlare di questa località, racconti mitici che lo descrivevano come luogo straordinario e meraviglioso, salita infinitamente lunga e dura, e che, con l’arrivo di una tappa nel Giro d’Italia del 2019, ha raggiunto il massimo della notorietà.

Quest’anno, dopo aver visto su ogni social foto e video di amici che si cimentavano nella scalata di questa vetta, come un caprone ho deciso di mettermi alla prova anche io con questa salita.

Più volte e per svariati motivi, ho dovuto purtroppo rinunciare. 

La rinuncia che mi è costata di più è stata quella che ho dovuto dare ai miei grandissimi amici Mattia e Gian Mario. 

Gian Mario con la sua Alfonsina e Mattia con la sua “bestia”, armato di un ignorantissimo bastone per selfie e Gopro, hanno fatto questo splendido video con dedica che racconta la loro scalata.

Confesso che una lacrimuccia mi è scesa, e non appena avessi avuto occasione, mi ero ripromesso che il Nivolet era da fare, e così è stato.

Una giornata che ho voluto volontariamente vivere da solo, con i miei pensieri, lontano da tutti, alla ricerca di qualcosa da cui poter ripartire.

Dal punto di vista logistico, essendo da solo, preferisco muovermi in treno e non in auto, un po’ per ecologia un po’ per risparmiare qualche euro del viaggio, ma soprattutto con un programma molto ambizioso: con solo 3 uscite in montagna negli ultimi due mesi, vorrei partire dalla stazione di Chivasso, raggiungere la cima del Nivolet e tornare a casa in bici, 297 km totali.

Preparo la bici con una borsetta supplementare, luce posteriore e due luci davanti: prevedo di arrivare con il buio a Milano.

Attesa in Stazione Centrale a Milano

Prendo il primo treno che parte dalla stazione Centrale di Milano per le 6.15 e alle 7.39, come un orologio, sono alla stazione di Chivasso.

Tempo di uscire, e alle 7.44 parto subito, senza attendere un minuto.

La mia bici appesa in treno, le ruote in carbonio ringraziano

Da Chivasso (180 metri di quota) alla cima della salita (2612 metri) ho calcolato che sono 94 km; decido quindi di fare una prima sosta con una seconda colazione (cappuccio e due brioches) a Pont Canavese (460 metri) dopo 40 km di leggera salita.

Mentre mangio capisco che il mio stomaco oggi non mi darà tregua e per me questa è una novità, sono sempre stato abituato a non avere mai problemi di questo tipo e faccio fatica a gestire la cosa. 

Riparto un po’ preoccupato, ora mi aspettano 55 km di salita, mai costante e con tratti davvero duri. 

Fortunatamente il paesaggio che mi si presenta davanti è qualcosa di splendido e meraviglioso, fa quasi dimenticare ogni preoccupazione e fastidio che sento. 

L’alta montagna si avvicina

Mi sforzo di mangiare e bere ogni mezz’ora, ma è davvero una sofferenza, non riesco a mandare giù nulla e senza benzina in corpo sento che la pedalata inizia ad essere sempre più affannata e faticosa.

I segni del passaggio del Giro d’Italia sono davvero evidenti.

Biciclette rosa ovunque, scritte su asfalto e muri ricordano ancora questo evento che ha di colpo reso così conosciuto e celebre, con merito, questo luogo nel mondo ciclistico.

Ad un certo punto raggiungo una galleria lunga più di 3 km, subito ricordo il racconto del mio amico Ivan (potete leggere a questo link il suo racconto completo) che spiega di non imboccarla, per preferire la strada parallela, ma esterna, costruita appositamente per il passaggio del Giro d’Italia.

Percorrendo il nuovo tratto

Che meraviglia, che spettacolo questa deviazione, ma quantia sofferenza la pendenza!

Fortunatamente dopo questo tratto impegnativo si raggiunge il lago di Ceresole, uno spettacolo incredibile!

Questi km più pianeggianti mi servono per prendere il fiato e, arrivato al paese di Ceresole Reale, ricordo sempre dal racconto di Ivan, mi conviene fare il pieno di acqua, non troverò più fontanelle d’ora in avanti.

Il programma era quello di non fare più soste fino in cima, ma è impossibile, riempio la borraccia a una fontanella, ma non riesco ne’ a bere ne’ a mangiare, mi viene pure il vomito e mi chiedo se ha senso continuare.

Pausa Coca Cola con il sorriso

Che fare? La Coca Cola è la soluzione migliore: o vomito tutto o mi riprendo, e mentre mi distraggo con un paio di messaggi di incitamento di Mattia e Arianna, decido di ripartire.

Confesso che i km successivi sono stati di grande sofferenza e fatica, ma lo spettacolo che si presenta davanti agli occhi è qualcosa di ipnotico, in una maniera o nell’altra devo per forza arrivare in cima.

Ammirando il paesaggio

Decido ovviamente di prendermela con calma e di fermarmi spesso per fare foto, ammirare il paesaggio, e mangiare qualcosa piano piano.

Lago Serrù

Una volta raggiunto il lago Serrù inizio a capire che ce la posso fare, e alla vista del lago Agnel inizio a piangere.

Non so per quale motivo ma penso a mio papà e gli vorrei dedicare questa salita.

Il mio papà in bicicletta

Una volta arrivato in cima la gioia si sostituisce alla fatica ma non alla nausea.

Vorrei rimane in cima il più possibile, questo posto è magico, ma la strada da fare è ancora lunga, sono in ritardo sulla tabella di marcia, cercherò di recuperare le forze in discesa e mangiare più tranquillo a valle.

In discesa però non cambia molto, faccio fatica a recuperare e una volta raggiunto nuovamente Pont Canavese mi fermo a un bar per bere nuovamente una Coca Cola ma di cibo non se ne parla.

Perché trascinarmi a Milano per altri 140 km?

Perché rovinare una giornata meravigliosa come questa?

In piena serenità decido di tornare a Chivasso e prendere nuovamente il treno per tornare a casa.

I 40 km di pianura sembrano sistemare un po’ le cose, ma non mi sento ancora perfettamente in forma.

Arrivato in stazione scopro di aver perso il treno per Milano per soli 10 minuti, il prossimo sarà fra 50.

Che fare ora?

Accendo il cellulare e cerco “McDonald’s Chivasso”, sono solo 2 km dalla stazione: vado!

Di colpo mi viene una fame incredibile e alla colonnina scelgo il menù più pesante in assoluto, mezzo litro di Coca Cola, panino con ogni tipo di creme, patatine con formaggio e pezzi di bacon, troppo TOP.

McDonald’s Chivasso

Purtroppo però il servizio al tavolo è lentissimo e inizio a temere di non riuscire a godermelo serenamente, infatti quando mi arriva calcolo che devo mangiare tutto in 15 minuti.

Inizio dal panino ma poi per questioni di tempo capisco che non riuscirò a finirlo e decido di avvolgerlo in un fazzoletto e metterlo in tasca, lo mangerò in treno. 

Ma per le patatine cosa faccio?

Per metà riesco a mangiarle ma l’altra metà? Buttarle non se ne parla, ho una fame incredibile, portarle in mano mentre pedalo sarebbe impossibile, ed ecco il colpo di genio: me le metto tutte in bocca e le masticherò piano piano mentre pedalo.

Parto sotto gli occhi incuriositi e increduli degli altri clienti, ma mentre pedalo inizio ad avere il fiatone, e qualche corpuscolo di patatina, con mio dispiacere, lo vedo inevitabilmente partire dalla bocca.

Una scena davvero imbarazzante.

Arrivo fortunatamente in tempo a prendere il treno, carico la bici sul vagone e dolcemente, una volta preso posto a sedere, estraggo dalla tasca magica l’avanzo del panino, e mentre lo addento ripenso alla meravigliosa giornata passata sui pedali.

Colle del Nivolet, è stata dura ma ce l’ho fatta.

Traccia Strava a questo link

https://strava.app.link/rhiXLXi5l9

0 Comments

  1. Grande Matteo! Sempre un piacere leggerti e immedesimarmi nel tuo viaggio anche quando hai la nausea😂. Ora ti attendono i radar del Dosso dei Galli👍

  2. Grande Matteo!!! Ero commossa dal tuo racconto, intenso e sofferto. Poi con le patatine 🍟 di mcdonald una risata ha vinto, e chiuso in bellezza.
    Un grande abbraccio
    Alessandra

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