Come organizzare la trasferta sul Mont Ventoux, guida pratica per ciclisti

Qui non si parla di watt, medie orarie o record. Qui si pedala per perdersi, per ridere e per raccontarla grossa al ritorno. Benvenuti nello Spirito Randagio: il blog dove la bici è solo una scusa per vivere belle storie.

Il Mont Ventoux non è solo una montagna. È un mito, un trauma, una foto con la bici alzata e il vento che ti sposta come una bandierina.

Dopo l’ultimo articolo in tanti mi hanno scritto: “Come si fa a organizzare la trasferta per salire il Ventoux?”

Ecco la guida definitiva, per chi ha 1, 2 o 3 giorni, con gamba o senza gamba, e magari anche con voglia di cantare sul ponte di Avignone il famoso tormentone Sur le Pont d’Avignon.

Cenni storici: Petrarca

Il Mont Ventoux non è solo una montagna mitica per i ciclisti: lo era anche per i letterati.

Nel 1336 un tale chiamato Francesco Petrarca, giovane poeta decise di salirlo a piedi.
Senza Komoot. Senza borraccia. Senza nemmeno i gel.

Lo racconta lui stesso in una famosa lettera, scrivendo di come volesse vedere il mondo dall’alto, cercando non solo il panorama, ma una forma di elevazione spirituale.

Il buon Francesco, salendo con suo fratello Gherardo, si scoraggia quasi subito, sceglie il sentiero più lungo, poi torna indietro, poi ci riprova, poi si arrampica tra rovi e spine, poi si perde, poi filosofeggia, poi finalmente arriva in vetta.
Insomma: una classica salita al Ventoux anche per i nostri tempi.

Una volta in cima, tira fuori un libro di Sant’Agostino, lo apre a caso, e legge una frase che gli fa riconsiderare tutta la fatica, la vanità, la sua vita interiore.
Noi oggi, invece, apriamo Instagram.

Dal medioevo al Tour

Secoli dopo, il Ventoux diventa famoso per tutt’altro: il ciclismo estremo.

La prima apparizione al Tour de France è nel 1951, ma la tappa diventata leggenda è quella del 1967, quando Tom Simpson morì sulla salita, a pochi chilometri dalla vetta.
Una tragedia che segnò la storia del Tour e del Ventoux, e che oggi è ricordata con una stele proprio sul punto in cui cadde.

La stele dedicata a Tom Simpson

Da allora il Ventoux è apparso più volte nel Tour, sempre come giudice severo, sempre come palcoscenico epico.

Chi lo ha dominato (come Eros Poli, Pantani, Froome, o Van Aert) entra nella mitologia.
Chi lo ha solo finito, ci entra comunque.

Obiettivo della missione

Salire il Ventoux almeno una volta.
Oppure tre, se hai fatto pace con i quadricipiti.
Oppure zero, ma con la scusa culturale: “Sono andato in Provenza per cercare di scalare il monte più crudele del Tour, e mi sono ritrovato a cantare sotto il Ponte di Avignone”.

Ma prima… come ci arrivi?

Consiglio da vero Spirito Randagio:

Evita le autostrade e passa dal Monginevro.

Perché?

Più panoramico: sali dolcemente tra le Alpi, ti fermi a Briançon e scivoli giù verso la Provenza come in una discesa con vento a favore.

Meno stress, niente camion a che ti tagliano la strada.

Più economico, meno pedaggi, più soldi per birra e croissant.

Più poetico, ti senti già in viaggio, non in fuga.

E poi puoi fermarti dove ti pare: un lago, una boulangerie, una capra simpatica.
Insomma: la via lenta è la via giusta.

Tour de France 2013

3 versanti

Versante sud da Bédoin: 21,7 km, dislivello 1.610 m, pendenza media 7,5%.

Versante est da Sault: 25,7 km, dislivello 1.220 m, pendenza media 5%.

Versante ovest da Malaucène: 21,2 km, dislivello 1.570 m, pendenza media 7,5%.

Che tu lo salga tre volte o solo una, tornerai diverso.
Stanco, sì.
Ma anche un po’ più vivo.

Hai 1 giorno solo?

Salita rapida, ritorno glorioso!

Se sei allenato:
Vai su da Bédoin, la salita più mitica e cattiva. 21 km, 1600 metri di dislivello, crisi spirituale garantita.
Ti sembrerà di pedalare dentro una leggenda… o dentro una lavatrice.

Se vuoi meno sofferenza:
Sali da Sault. Più lunga ma più gentile. Salvi la faccia e le ginocchia.

E poi? Vai ad Avignone.

Sì, proprio lì. Dove c’è le pont, e dove, e sei in vena, puoi pure cantare Sur le pont d’Avignon…
Con risultati discutibili, io l’ho fatto.

Avignone è a circa 40 minuti d’auto dal Ventoux, e ti offre:

Ponte famoso (che non arriva dall’altra parte, ma chi se ne importa)

Atmosfera d’altri tempi

Ottimo cibo

Ottima scusa per dire: “Non sono solo un ciclista, sono anche un uomo di cultura”

Hai 2 giorni?

Doppia salita (o una + panoramica culturale)

Giorno 1 – La verità:
Sali da Bédoin.
Scendi su Malaucène.
E poi, se ti va, risali. Se no, baguette e panetti di burro in qualche bar.

Giorno 2 – Relax (più o meno):
Sali da Sault e goditi il rientro attraverso le Gorges de la Nesque.
Panorami da calendario Pirelli (ma versione ciclistica, con meno nudità e più canyon).

Oppure…
Dedica il pomeriggio ad Avignone:

Cammina sul ponte

Bevi un bicchiere di rosé guardando il Rodano

Comprati una calamita con scritto “J’aime le Ventoux”

Foto di Andrea Rossi

Hai 3 giorni?

Il trittico e la cultura.

Giorno 1:
Sali da Sault, scendi a Bédoin, ritorna passando dalle Gorges de la Nesque.
Ottimo per entrare nel mito con cautela.

Giorno 2:
Sali da Bédoin, scendi su Malaucène, e se sei ancora vivo, risali da lì.
Avrai fatto due versanti. Sei già leggenda.

Giorno 3:
Salita finale da Malaucène (se manca).
Oppure giretto tra i villaggi, visita a un caseificio, siesta sotto un albero.

Oppure (meglio ancora):
mezza giornata a pedalare, mezza ad Avignone.
Perché, onestamente, a un certo punto anche le salite devono lasciare spazio alle pieghe della cultura… e alla canzone.

Foto di Andrea Rossi

Bonus track: i Cinglés du Ventoux

Tre salite in un giorno.
Per veri folli, o per chi vuole un diploma da appendere accanto alla bici.

Serve allenamento e tanta autostima. Tutte le informazioni a questo link.

Mont Ventoux da Bédoin (21,7 km 1.610 m D+)

Se il Mont Ventoux è un mostro sacro del ciclismo, la salita da Bédoin è la sua faccia più autentica.

È la via dei campioni, dei KOM, delle crisi di fame e delle rivelazioni interiori. È quella che ti fa dire “vado”, poi “mollo”, poi “resisto”, poi “non lo farò mai più” e infine “quando ci torniamo?”.

Per molti è la salita per eccellenza: lunga 21,7 km, dislivello oltre 1600 m, una progressione che non perdona.

Inizia dolce, ti illude, poi ti chiude dentro un bosco come un confessionale ciclistico da cui esci solo se hai voglia di soffrire (o molto tempo da perdere).

E alla fine, il paesaggio lunare e il vento impietoso ti regalano un finale da film epico.

Foto di Andrea Rossi

Salire da Bédoin è un’esperienza.
O la ami, o la maledici.
Ma nessuno la dimentica.

Tre atti. Una lenta discesa verso l’alto.”

Settore 1: Mi sento Pantani! (Bédoin – Saint-Estève, km 0–5,5)

Altitudine iniziale: 300 m

Pendenza media: 3,9%

Asfalto perfetto, panorama provenzale, euforia da partenza.

Questo primo tratto ti accoglie come un amico: dolce, pedalabile, quasi vacanziero. Attraversi vigneti, casette in pietra, lavanda a bordo strada.

In testa pensi: “Ma dai, è più facile del previsto!”

Attenzione. È una trappola psicologica.
Il bivio di Saint-Estève segna la fine della pace e l’inizio dell’apocalisse.

Settore 2: Il Tunnel (Saint-Estève – Chalet Reynard, km 5,5–15,8)

Pendenza media: 9,5% (con tratti al 11–12%)

Dislivello: circa 900 metri in 10 km

Il bosco. Il silenzio. Il pentimento.

Qui cambia tutto.
La strada si impenna, la vegetazione chiude intorno, la luce si fa opaca.
È come se il Ventoux ti dicesse: “Bene. Ora vediamo chi sei davvero.”

Per 10 km non mollerà un attimo.
Niente tornanti larghi, poche distrazioni. Solo rettilinei cattivi, curve cieche e un bosco che sembra infinito.

Molti lo considerano il cuore crudele della salita: quello in cui perdi i sogni di gloria e impari l’umiltà.

Settore 3: Il Deserto Bianco (Chalet Reynard – Vetta, km 15,8–21,7)

Pendenza media: 7,5%, ma esposta al vento

Altitudine finale: 1.909 m

Scenario lunare. Ventoso. Epico.

All’altezza dello Chalet Reynard (km 15,8), esci finalmente dal bosco.
Una parte di te esulta: “Ce l’ho quasi fatta!”
Un’altra parte guarda in su e realizza che no, manca ancora l’infinito.

Qui comincia il tratto più fotogenico e spietato:

Non c’è ombra.

Il vento può essere un compagno o un nemico.

La vetta è sempre visibile… e sempre lontana.

L’ultima curva, dopo la stele di Tom Simpson, ti regala una vista mozzafiato e un tratto finale con rampa al 10%.

Poi, finalmente, la torre bianca dell’osservatorio.
E il silenzio della vetta.
Solo vento, pietra, e gloria.

Foto di Andrea Rossi

Quando andare?

Maggio–giugno o settembre sono l’ideale.

Se possibile evita luglio–agosto, a meno che tu non sia una salamandra. Ma se hai le ferie in questo periodo, vacci lo stesso. Una sofferenza in più non guasta mai.

Il vento può fare scherzi anche d’estate. Si chiama “Mont Ventoux” per un motivo.

Un anno in vetta al Mont Ventoux: dove l’estate sembra autunno.

Guardando questi dati, si capisce subito una cosa:
il Ventoux non è una montagna, è un frullatore meteorologico.

Anche a luglio, la minima media è 1°C (cioè più o meno come dentro al reparto surgelati del supermercato).

Il vento supera i 100 km/h per 129 giorni l’anno, e il record assoluto è 320 km/h: praticamente un jet che ti strappa via la mantellina.

284 giorni di gelo, 204 di nebbia, 140 di neve.

E nel 1956 il termometro è sceso a –26°C.

Abbigliamento

Non farti fregare dal Ventoux

Il sole batte, sei in Provenza, ci sono 30 gradi e pensi: “Vado su in maglietta, tanto sudo come un pazzo”.

Errore classico Ventoux-style.

Ricorda sempre:

Parti da circa 300 m

Arrivi a 1900 m

E in mezzo ci sono almeno due stagioni diverse

Il Mont Ventoux ha una sua maledizione meteorologica: ti fa credere che sarà tutto facile, poi, tra il Chalet Reynard e la vetta, cambia faccia.

Vento, freddo, nebbia, animali immaginari.
Non è raro trovare 5 gradi in cima anche a luglio.

Equipaggiamento minimo consigliato:

Maglietta sì, ma sotto una maglia intima. Gilet o addirittura manicotti!

Sempre con te: giacca antivento/antipioggia seria (Gore-Tex, non quella da 7 euro che sembra cellophane)

Guanti leggeri e cappellino o bandana

Foto di Andrea Rossi

Non fidarti della partenza. Fidati della cima.

Oppure ignora tutto, sali in canotta e poi racconta ai tuoi amici che sei quasi morto congelato. Entrati nella leggenda.

Noleggio bici a Bédoin e Malaucène

Sì, puoi noleggiare una bici da corsa anche sul posto.
A Bédoin e Malaucène ci sono diversi negozi che offrono bici di buon livello.

Perfetto se:

-sei in vacanza in zona e ti viene la tentazione last-minute

-ti sei dimenticato la bici

-vuoi evitare di smontarla, incastrarla nel portabagagli,
e soprattutto vuoi evitare di litigare con la famiglia già esasperata dal Tetris da valigia

I prezzi variano dai 35 ai 70 euro al giorno, ma con bici già pronte all’uso, pedali a scelta, casco e borraccia inclusi in molti casi.

Consiglio di prenotare in anticipo, specie nei weekend e nei mesi di luglio e agosto.

Curiosità: La leggenda di Eros Poli: il gigante che beffò il Ventoux

Anno del Tour: 1994
Tappa: Montpellier – Carpentras
Protagonista: Eros Poli, italiano, alto 1 metro e 94, specialista delle cronometro a squadre, zero attitudini da scalatore (almeno in teoria).

Pianura? Un treno.
Salita? Un armadio.

Ma quel giorno, il buon Eros parte in fuga da solo, apparentemente per “farsi vedere”. Nessuno lo prende troppo sul serio. Del resto, manca il Ventoux.
E lì, di solito, i tipi grossi vengono triturati e restituiti alla gravità.

E invece…

Eros Poli

Eros resiste. Scala il Ventoux con il cuore tenendo dietro Pantani. Tiene duro in discesa.
E vince la tappa a braccia alzate. Da solo.

Una delle imprese più inattese e amate dal pubblico francese, che lo ha trasformato in un eroe nazionale.
La sua vittoria è diventata leggenda perché ha rovesciato tutte le aspettative: il ciclista “sbagliato” ha vinto sulla salita “impossibile”.

Citazione iconica: “Sul Ventoux mi sono chiesto tante volte se ce l’avrei fatta.
Ma quando ho visto che non mi prendevano… ho capito che era fatta.”

Quando Eros tornò in Francia da ex ciclista, anni dopo, racconta che veniva ancora fermato dai tifosi con gli occhi lucidi: “Monsieur Poli, c’était magnifique…”

Questa avventura è raccontata in un libro dedicato alla sua impresa, disponibile anche su Amazon. Un mix di sport, follia e poesia Ciclistica. Io ovviamente, ce l’ho!

Ho avuto la fortuna di incontrare Eros Poli due volte, proprio sul Ventoux.
Gentile, disponibile, un gigante vero, fuori e dentro la bici.

Davide, Andrea, Eros ed io

L’osservatorio del Ventoux: il miraggio in cima

Quando sali il Ventoux, a un certo punto lo vedi:
bianco, immobile, lontanissimo.
È l’osservatorio meteorologico, costruito tra gli anni ’60 e ’70, alto 42 metri, oggi usato per telecomunicazioni e raccolta dati meteo.

Sembra vicinissimo. Non lo è.
Per chilometri lo guardi, ti sembra di toccarlo, poi ti rendi conto che mancano ancora quattro tornanti e una vita intera.

La cima del Ventoux

Da lì si vede tutto: Provenza, Alpi, a volte perfino il mare.

È il simbolo del Ventoux.
Il traguardo.
Il selfie.
E spesso, l’inizio della discesa più gelida della tua vita.

Dove dormire?

Bédoin: atmosfera da Tour, ciclisti ovunque.

Sault: tranquillità, miele e lavanda.

Malaucène: strategica.

Avignone: la scelta romantica, colta, e con ponte incluso nel prezzo.

Cosa mangiare?

Il bello del Ventoux non è solo la salita. È tutto quello che ci ruota attorno, e soprattutto, quello che ci gira nel piatto.

Perché dopo 1600 metri di dislivello, il tuo corpo non ha bisogno solo di carboidrati. Ha bisogno di amore.
E in Provenza, per fortuna, l’amore passa quasi sempre per la cucina.

Prima della salita consiglio una colazione leggera ma seria.

Pane locale con marmellata, caffè (vero, se hai portato la moka. Altrimenti rassegnati al “café long”)

Un pain au chocolat per l’anima.

Acqua e sali.

Durante la salita mangia!

Nei primi chilometri pensi: “Mangio appena mi serve.”
Poi arriva il tratto nel bosco, e ti dimentichi come si aprono le barrette.

Cosa funziona davvero?

Gel e barrette, gommose Haribo alla Pogačar, mini panini con marmellata o formaggio.

E soprattutto: non aspettare la fame. Mangia prima. Sempre. Anche se stai soffrendo.

Acqua? Due borracce. Una con sali, l’altra con l’acqua.

Dopo la vetta: reintegra.

Hai scalato il Ventoux.
Hai diritto a tutto.
È scritto nella Costituzione non scritta del ciclista randagio.

E da bere?

Qui entriamo nel sacro:

Birra Ventoux: artigianale, leggera ma con carattere. Perfetta dopo la salita.

Vino rosé du Ventoux: fresco, profumato, rosa come il tramonto. Va giù che è una meraviglia.

Conclusione

Il Mont Ventoux non è solo una salita.
È un rito di passaggio. Una sfida personale. Una crisi di coscienza su due ruote.

Non importa quanto tu sia allenato, motivato, o pieno di carboidrati: sarà sempre lui a decidere se farti passare o no.

Dal caldo profumato di Provenza al vento tagliente della vetta, il Ventoux ti mette alla prova su tutto: gambe, testa, vestiario, e umorismo.
Ti smonta, ti cuoce, ti gela, ti pettina all’indietro con raffiche da 100 all’ora.
E poi, forse, ti regala un finale da eroe, stanco ma sorridente.

E lì, proprio in cima, quando arrivi sotto l’osservatorio bianco, succede qualcosa che non puoi spiegare: senti che ne è valsa la pena.

Perché il Ventoux non si vince.
Si subisce. Si rispetta. Si racconta.
E ogni tanto… ti lascia andare via con un pizzico di gloria.

Un ringraziamento speciale all’amico Andrea, un vero amante del Ventoux, che con i suoi aneddoti e foto spettacolari, mi ha aiutato a scrivere questa guida

Andrea con Eros Poli

4 pensieri su “Come organizzare la trasferta sul Mont Ventoux, guida pratica per ciclisti

  1. Grazie Matteo per quest’articolo ” a prova di citrullo” specifico sia sull’itinerario , ma con spazio per le randagiate di contorno 🙂

Rispondi