Ma perché andare a vedere una tappa del Tour?
“Ma scusa, davvero vai a vedere una tappa del Tour? Per cosa? Per vedere passare dei ciclisti un secondo, velocissimi?”
Questa frase, pronunciata da una collega, mi ha accompagnato per tutta la trasferta. Come un mantra. O un tormentone estivo.
Ma la verità è che nessuno fuori da questo mondo può capire cosa c’è dietro “quel secondo”.
Nessuno può immaginare che quel secondo dura tre giorni. Che ci sono chilometri, chilometri di salite, discese, risate, birre, panini al formaggio puzzolente, magliette sudate, amicizie vecchie e nuove, e gente che balla musica elettronica anni ’90 sotto le stelle.
Altro che “un secondo”.
Capitolo 1: Da Milano a Briançon
Io e Davide partiamo da Milano, carichi come solo due ciclisti che non stanno andando a pedalare possono esserlo. Prima tappa: Briançon. Una perla incastonata tra le Alpi, con le sue fortificazioni e il profumo di crema solare mista a sudore da Izoard.
Ma soprattutto una città dove i canali di scolo (le latrine) attraversano le vie come trincee. Sembra un’idea geniale medievale, finché non capisci che sono ancora simbolicamente in funzione. È lì che capiamo che sì, la trasferta è iniziata davvero.


Capitolo 2: Avignone, il ponte, il Papa e… l’Ibiza del Rodano
Arriviamo in hotel ad Avignone, tappa clou della nostra trasferta culturale e ciclistica, e io, fresco di playlist francese ascoltata in autostrada, mi preparo la mia grande entrata linguistica.
Voglio fare bella figura, essere gentile, accogliente, raffinato.
Mi schiarisco la voce, sorrido alla ragazza della reception e dico con tutto il mio aplomb da randonneur internazionale:
“Bonsoir ! Est-ce que je peux monter le vélo dans la chambre ?”
Un piccolo capolavoro di grammatica e pronuncia, secondo me.
Lei mi guarda. Immobile. Fredda come il mistral in discesa. E con la dolcezza di un passista belga mi risponde:
“Je ne parle pas italien”
Una randellata in pieno petto. Fine delle ambizioni linguistiche. Si torna all’italiano gesticolato.


La sera è per Avignone, in pieno fermento da Festival: artisti ovunque, luci, musica, teatri, locandine appese, gente strana (anche più strana di noi).
Visitiamo il Palazzo dei Papi, e poi il mitico ponte di Avignone.
Sì, sur le pont d’Avignon, e io canto la canzone.
Di notte. Con le auto che mi sfiorano e il rischio concreto di finire virale su TikTok per motivi sbagliati.
Ma la vera sorpresa arriva tornando al parcheggio: musica elettronica anni ’90, riconosco subito Plastic dreams di Jaydee.
È Ibiza, ma del Rodano. Locale all’aperto, gente che balla, e io…Ballo.
Sulla mia maglietta, sobria ed elegante, c’è solo il disegno di una bicicletta. Nessuno può dire che non ho stile.
Vorrei un’altra birra, ma Davide mi guarda come un DS della Jumbo Visma e dice:
“Domani c’è il Ventoux.”
Birra negata. Andiamo a dormire.
Capitolo 3: L’ascensione, il giorno del Gigante di Provenza
La mattina dopo, si parte da Bédoin. Salita già chiusa al traffico e piena di ciclisti. Un popolo in movimento.
Noi saliamo. In un mondo normale sarebbe già tanto. Ma sul Ventoux tutto è leggenda.
A Chalet Reynard, si manifesta lui: Umberto, del leggendario blog I Dannati del Pedale.
Non è un incontro. È un segno divino.



Con lui c’è anche Luca. E saliamo insieme, tra vento, pietre e adrenalina.
Poi discesa da Malaucène e rientro a Bédoin, tra cori, campanacci e maglie vintage da collezione.
Siamo stanchi. Ma felici. E pronti al gran finale.
Capitolo 4: Il Giorno del Giudizio
Martedì, ultimo atto.
Con Andrea partiamo da Sault, tranquilli e pieni di energie che sappiamo già di dover consumare.
Attraversiamo le Gorges de la Nesque, che sembrano disegnate da un bambino con i pastelli che ha appena scoperto cosa sono le montagne, le curve e la lavanda.
Una roba talmente bella che ogni due chilometri ti viene voglia di fermarti e dire “no vabbè, qui faccio una storia su Instagram cantando Sur le Pont d’Avignon”. Panorami davvero pazzeschi.


Dopo un Paris Brest in una boulangerie arriviamo a Bédoin, e saliamo di nuovo. Ma ora la folla è un’onda. Incontriamo pure Eros Poli, soprannominato Monsieur Ventoux.
A Chalet Reynard riappare Umberto. Ancora lui. Sempre lui.
Coincidenze? No. Segnali del destino randagio.
A 1,5 km dalla vetta ci piazziamo. E lì, nell’attesa, ecco comparire Luca e Dodo, da Vicenza. Li prendiamo in giro: sono in maglietta. Noi in Goretex e piumino.




Si, perché il Ventoux non perdona. Da 30 gradi a 3 in pochi minuti.
Poi… il momento.
La carovana. I team. Le moto. Le urla.
E infine… i PRO.
Passano come proiettili.
Pogacar fa uno scatto mostruoso a pochi metri da noi. Il tempo si ferma, poi accelera, poi BOOM. Finito.
Pochi secondi, attimi. Ma ci entrano tre giorni.
Valeva la pena?
Tre giorni.
Due salite.
Due incontri con Umberto.
Una danza notturna.
Una canzone sul ponte.
Un Pogacar mostruoso.
Una birra mancata.
Valeva la pena?
Sì.
Perché noi, spiriti randagi, non andiamo a vedere la corsa.
Noi ci andiamo dentro, a cuore aperto e polmoni pieni.
A viverla tutta: la strada, l’attesa, l’amicizia, l’assurdo, l’epico, il sudato, il cantato, il ballato.
E quando i PRO sfrecciano in pochi secondi,
noi siamo lì che non battiamo ciglio, perché quei secondi contengono tutto il nostro viaggio. Il ciclismo vero dura un attimo.
Ma l’avventura randagia,è eterna.


È sempre bello leggere delle tue “avventure”
Ciao Omar.
Grazie di cuore Omar!
Questa sì che è vita!
As Always! Capacità di far immedesimare il lettore nella tua avventura ai massimi livelli!